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Politica. Crisi Italia, le stime al rialzo del Pil non sbloccano l’ascensore sociale

Pubblicato il 17 luglio 2017 da Mario Bozzi Sentieri
Categorie : Politica

Quarto stato pop

Quarto stato pop

Perché, malgrado le stime al rialzo del Pil, diffuse dalla Banca d’Italia, gli italiani confermano il loro sostanziale pessimismo sul nostro destino economico? Secondo un recente sondaggio di IPR Marketing, pubblicato  da “il Resto del Carlino”,  la stima del futuro non migliora le aspettative. Il 42% degli intervistati pensa che il 2017 sarà peggiore per la propria famiglia rispetto al 2016, solo il 20% pensa che potrà essere migliore mentre un ulteriore 30% non si attende cambiamenti sostanziali.

Che cosa si nasconde dietro questo  persistente disincanto nazionale ? Al di là dei dati reali, che disegnano un quadro in controtendenza rispetto alle stime della Banca d’Italia ed al trionfalismo del governo, quello che sembra ormai mancare – da diversi anni – nell’immaginario degli italiani è la speranza di una crescita condivisa e quindi di un miglioramento complessivo dei loro livelli economico-sociali. Forse cresce il Pil, ma per ciascuno la percezione è tutt’altro che positiva. La crisi economica permane, mentre quella sociale offre l’immagine di un Paese in cui il cosiddetto  “ascensore sociale” è bloccato e ad emergere è  una disuguaglianza acuta nel grado di mobilità verso l’alto all’interno del Paese: con un  Nord-Est ricco di opportunità, mentre nel Sud le condizioni sociali tendono a rimanere invariate tra generazioni. Basti considerare che la probabilità di passare dal segmento più basso della distribuzione del reddito a quello più alto è pari al 25% per i figli cresciuti a Milano e solo 5% per quelli cresciuti a Palermo.

Secondo il rapporto “’And Yet, It Moves': Intergenerational Economic Mobility in Italy” per ogni 100 figli nati da genitori nella porzione più alta della distribuzione del reddito (genitori con un reddito superiore ai 50.000 euro), almeno 35 manterranno da adulti la posizione raggiunta dai genitori. Al contrario, su 100 figli con genitori nella sezione più bassa della distribuzione del reddito (vale a dire con genitori che guadagnano meno di 15.000 euro), all’incirca 10 raggiungeranno, una volta adulti, il segmento più alto.

E’ la fotografia di un Paese che tende all’immobilismo sociale e quindi raffredda le aspettative e le ambizioni della società, frustrando l’accessibilità alle varie posizioni sociali, attraverso una serie di vincoli strutturali, riconducibili all’autoreferenzialità dei diversi gruppi professionali, alla cooptazione delle classi dirigenti, ad un sostanziale rigidità dei cosiddetti “processi ascensionali”.

Ecco che allora le possibili stime sulla crescita economica rimangono fini a se stesse, nella misura in cui in cui non incidono sul grado di accessibilità a più alte  posizioni sociali, non favoriscono l’innalzamento dello status del lavoratore, non alimentano una positiva dinamicità intergenerazionale.

Su  questo, anche su questo, un Paese che vuole essere capace di affrontare e vincere le sfide della modernizzazione, dovrebbe interrogarsi. Senza una nuova dinamicità sociale, è la stagnazione a vincere, una stagnazione ben più grave di quella produttiva.

Da qui, anche da qui, è urgente partire, intervenendo  sui processi di selezione, tornando finalmente ad investire sul merito, contro un egalitarismo fasullo, puntando  sulla qualità della scuola, contro il livellamento dei discenti, sostenendo  le famiglie, contro la sterilizzazione demografica. Al fondo la consapevolezza che qualche punto percentuale di Pil non risolve i problemi, se poi non si investe per favorite quella mobilità interna, capace di creare nuova ricchezza reale e aspettative vere in  un Paese altrimenti destinato ad un cronico immobilismo.

@barbadilloit

Di Mario Bozzi Sentieri

Una risposta a Politica. Crisi Italia, le stime al rialzo del Pil non sbloccano l’ascensore sociale

  1. L’ascensore sociale non si è bloccato, ma è stato bloccato, anche attraverso una riforma della Scuola scellerata che, come si afferma negli ultimi periodi dell’articolo, ha scientemente distrutto qualsivoglia criterio meritocratico e selettivo sia per docenti che per alunni . Il dovere allo studio è diventato un diritto e la Scuola è divenuta un immenso parcheggio per laureati entrati in Università senza alcuna scrematura e praticamente con il diciotto garantito . Facoltà come Lettere, Psicologia Architettura ecc.ecc dovrebbero essere chiuse per almeno un decennio, in quanto fabbriche di disoccupati ed esaminifici senza senso . Basta del resto passare davanti ad una Università al tempo delle lauree, per veder uno spettacolo umano di laureati che un tempo avrebbero avuto grosse difficoltà a prendere la licenza di scuola media . Anche per esperienza personale e per condivisione con tantissimi selezionatori, il confronto tra aspiranti al lavoro ed il mondo del lavoro stesso, è oggi a dir poco imbarazzante . E non mi riferisco al bagaglio culturale dei giovani ( con qualche eccezione, davvero scarso…) ma alla loro forma mentis , al concetto di sacrificio, di perseveranza , di adattamento, almeno iniziale , a sistemazioni impegnative se non scomode . Certo ci sono comunque migliaia di ragazzi svegli e di buona volontà , a cui non voglio fare un torto, ma che la Scuola non sia più un mezzo per far progredire chi parte dal basso , è una tragica realtà che trova ragione nella faciloneria, nella demagogia catto comunista e nella sostanziale ignoranza di chi insegna e di chi dovrebbe studiare e soprattutto formarsi . Per non dire ad esempio del fenomeno delle famiglie meridionali che spesso si svenano per mandare i figli a studiare nelle Università del Nord, con la speranza di acquisire un titolo che valga qualcosa……È’ notizia di ieri che Fincantieri di fronte ad una positiva ondata di commesse, ha richiamato in servizio i pensionati . Chissà come mai ? In compenso tante attività artigianali e commerciali sono destinate alla estinzione od alla cessioni a cinesi e/o romeni , poiché i nostri laureati e diplomati aspirano unicamente a carriere da manager, ignorando forse che anche in questo ruolo , bisogna continuamente studiare e lavorare , lavorare, lavorare ……….

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