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Tennis. Leggenda Federer, il classicismo che diventa mito sull’erba di Wimbledon

Pubblicato il 16 luglio 2017 da Mario De Fazio
Categorie : Sport/identità/passioni

federer vittoriaQuando si sveglierà, domani, forse si guarderà intorno in cerca di normalità. Ma normale non lo è più, da tempo, forse da sempre. Solo in apparenza Roger Federer, dopo l’ottava vittoria a Wimbledon, potrà tornare al quotidiano. In realtà il tennista svizzero passeggia in un’altra dimensione, al fianco della guasconeria irriverente di Muhammad Ali, a braccetto con il genio e la sregolatezza di Maradona, seduto accanto al sorriso malinconico di Senna, o magari a guardare Micheal Jordan che schiaccia i limiti dell’uomo in un canestro.

Le parole per descrivere l’impresa sportiva di Re Roger, che tratta l’erba di Wimbledon come se fosse un banale prato all’inglese del giardino di casa, sono finite. Superfluo ragionare sul profilo tecnico, sull’evoluzione che ha saputo imprimere al suo gioco con l’età che avanzava a minacciarne l’eternità, sul rovescio che si è irrobustito o sul serve and volley aumentato di frequenza. La vittoria sul croato Marin Cilic non era solo prevedibile ma persino giusta. La finale inizia in equilibrio ma bastano tredici minuti perché la gerarchia naturale si manifesti. Cilic arriva persino a un punto da un break nel primo set ma Federer lo mette subito in castigo: la palla corta dello svizzero, nel settimo game del primo set, è una carezza così ardita che lascia imbarazzato non solo l’avversario ma chiunque conservi il senso del pudore. Cilic sembra così consapevole del ruolo di comparsa in un giorno di storia che arriva a parlare da solo, tra sé e sé. Poi, all’inizio del secondo set e dopo cinque game persi di seguito, scoppia addirittura in lacrime dinanzi alla perfezione dello svizzero e al dolore alla pianta di un piede. La partita si trascina stanca verso l’inevitabile: finisce tre set a zero per Re Roger, con i punteggi di 6-3, 6-1, 6-4.

FedererOtto vittorie sull’erba del centrale, l’ultima senza neanche perdere un set in tutto il torneo: nessuno come lui, nel tempio di Wimbledon. Federer che gioca a tennis è semplicemente la reincarnazione del classico. E non solo perché, esulando dal contemporaneo, è già divenuto – vivente e ancora in attività – eterno. Ma per la “nobile semplicità e quieta grandezza” di cui parlava Winckelmann. Ciò che sembra impossibile diventa elementare nel percorso che, tramite i canali dell’istinto, dal suo cervello porta alle gambe e al braccio. Il suo gesto è greco per equilibrio e naturalezza, romano per l’universalità e l’aspirazione alla durata. Vederlo giocare, osservalo mentre si muove come se già sapesse dove finirà la brutalità dei colpi di avversari più giovani e forti, è come assistere a un rito, in una dimensione mitopoietica che non a caso coinvolge e trascina il pubblico come raramente accade per uno sportivo. Tifiamo tutti Federer perché riconosciamo in lui la manifestazione a-temporale dell’equilibrio e della forma, la necessità del classico in una post-modernità che, rapida e onnivora, divora tutto senza lasciare traccia. Lui invece danza sulla storia dello sport con la consapevolezza del genio. E’ la tendenza alla perfezione del gesto, a farne un capolavoro vivente: come il Canova di Amore e Psiche, o l’aria della regina nera del Flauto magico cantata dalla Callas, sancisce un limite al possibile, travalicato il quale c’è solo follia o sacrificio. Dominique Venner, nel suo libro “Un samurai d’Occidente”, sintetizzava l’origine omerica della civiltà europea con una formula che ben s’adatta a Roger: “La natura come fondamento, l’eccellenza come fine, la bellezza come orizzonte”.

Il tennis di Federer smuove qualcosa di divino dentro ognuno di noi, di inconsapevole, di sepolto. Non è un ribelle che scaglia la sua sfida alle stelle, e con il quale solidarizzare per quell’ansia di giustizia che accompagna ogni rifiuto dell’autorità imperante. Roger è l’auctoritas a cui si riconosce rango e distanza, dinanzi alla quale esiste solo la libertà di rispettarne i vincoli perché incarnazione del giusto e del bello. Parla un linguaggio universale, che chiunque comprende senza bisogno di sapere cos’è un servizio vincente. Resterebbe solo un gesto, forse l’ultimo, affinché tanta perfezione si sottragga alle intemperie del caduco: ritirarsi. Non ancora, probabilmente. Ma quando abbandonerà la scena, Federer lascerà negli occhi del pubblico lo stupore e la nostalgia della bellezza.

@barbadillo

@mariodefazio

Di Mario De Fazio

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