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Libri. “La fine della politica?” (di Castellani e Rico) e la crisi della democrazia liberale

Pubblicato il 16 luglio 2017 da alfredo Incollingo
Categorie : Cultura
La crisi della democrazia liberale

La crisi della democrazia liberale

La democrazia liberale è in crisi: è un dato evidente che nessuno può mettere in dubbio. Ci sono gli apologeti più incalliti che si ostinano a parlarne in termini idealisti e “buonisti”. Per costoro la democrazia, la forma di governo maggioritario in Occidente, non pare soffrire di problemi e deficit strutturali. A lungo andare, se non si interviene dalla radice, il liberalismo e tutto ciò che esso rappresenta potrebbe involvere e collassare.

Un libro sulla decadenza

Stiamo attraversando una fase di decadenza e a soffrirne è soprattutto la politica. La “liquidità” della post-modernità ha ridimensionato la società in tutti i suoi settori. Siamo di fronte al tramonto della politica e del “politico”? A fare una diagnosi del problema e a proporci possibili soluzioni, senza la pretesa di avere la cura efficace, ci sono due giovani e intraprendenti studiosi di scienza politica, Lorenzo Castellani e Alessandro Rico e il loro ultimo lavoro “La fine della politica? Tecnocrazia, populismo, multiculturalismo”, pubblicato dalla casa editrice “Historica” nel 2017. Nella “Prefazione” di Giovanni Orsina (politologo e storico italiano presso la “Luiss – Guido Carli” di Roma) si chiarisce un presupposto essenziale per non travisare l’argomentazione: “la democrazia liberale è di gran lunga – molto di gran lunga – il miglior sistema di organizzazione della vita politica che gli esseri umani abbiano sperimentato fino ad ora.” Non è un libro contro la democrazia, come si potrebbe pensare, ma è un testo che ci aiuta a ragionare sulle difficoltà che sta attraversando per poter finalmente ripartire. E’ necessario abbandonare le utopie liberali e i falsi profeti del “ridente occidente” e assumere un atteggiamento realista nell’analizzare che cos’è la democrazia nella post-modernità.

La democrazia tra la tecnocrazia, il populismo e il risveglio del “politico”

Lorenzo Castellani, giornalista e docente presso la “Luiss – Guido Carli”, e Alessandro Rico, dottorando in “Political Theory” presso la stessa università ed editorialista de “La Verità”, ci aiutano a comprendere i sommovimenti che stanno turbando le democrazie occidentali. Prima di tutto è necessario capire come approciarsi al problema della crisi liberale: è preferibile un “metodo realista”, che sappia leggere la realtà politica, lasciando da parte gli strali utopistici di alcuni apologeti del liberalismo. Solo in questo modo è possibile, secondo il Castellani, capire che cosa sta accadendo alla democrazia, riscoprendo i suoi limiti (come tutte le forme di governo) e le sue potenzialità. Entrambi gli autori mettono in luce la sfiducia che gli elettori hanno nei confronti della democrazia, una mancanza di “fede” acuita dalla crisi economica del 2008. Si avverte sempre di più la delegittimazione della politica, sempre più affidara a organi internazionali: la sovranità politica viene ceduta a terzi. In questa situazione così critica emergono i populismi, che si propongono di risolvere la crisi democratica ponendo fine allo iato fra le promesse fella politica e la loro effettiva concretizzazione. Emerge in questo contesto quello che per Castellani è un problema del liberalismo moderno: l’assolutismo liberale e il pretendere di adeguare la realtà ai ideali fin troppo irrealizzabili. E’ necessario invece avere un approccio realista, che sappia guardare ai fattie e agli aspetti più contraddittori della democrazia. Alassandro Rico analizza invece un altro aspetto dell’utopia insita nel liberalismo: la volontà di eliminare il “politico”, ovvero i conflitto e la contrapposizione, secondo la definizione di Carl Schmitt. L’autorità e il potere non hanno così più senso, indebolendo gli Stati nazionali. Il liberalismo ha finito per distruggere le fondamenta della democrazia: la società si è svuotata dei suoi valori fondanti, ritenuti inutili, e si adeguata ad una forma subdola e opprimente di morale: il politicamente corretto. La volontà di annullare le differenze ha così pervaso ogni aspetto della vita sociale e il livellamento ha investito le culture e l’individuo. Le differenze sono bandite (illusoriamente): chi parla di diversità è bandito. Si crede nel sogno multiculturalista o in quello del “gender”, sorvolando sui conflitti che essi generano. Nonostante si tenda a rinnegare il “politico”, esso riemerge continuamente e questo dimostra l’infondatezza dell’utopia liberale.

@barbadilloit

Di alfredo Incollingo

10 risposte a Libri. “La fine della politica?” (di Castellani e Rico) e la crisi della democrazia liberale

  1. La crisi della politica liberale (e del parlamentarismo partitico che la esprimeva più di ogni altro mezzo) sono evidente dalla fine della I Guerra Mondiale, quasi 100 anni fa. Il problema è che, tramontata l’utopia sovietica, non meno che le Monarchie per Grazia di Dio, sconfitti i totalitarismi “fascisti”, secolarizzate le società occidentali, la legittimità sostanziale, non formale, non ha potuto che rifugiarsi nei “poteri forti”, che ovunque esistono. Quelli che hanno raccolto il legato della “fine della storia” di Fukuyama. Il “politicamente corretto” ha molti aspetti ed alla fine molta gente finisce col credere in esso. Molti in perfetta buona fede. Oggi, ad esempio, ho assistito per TV ad una lunga intervista alla conclusione del torneo di “tennis adattato” di Wimbledon, cioè di persone che giocano a tennis stando in una sedia a rotelle, paralizzati o senza gambe. Mi sembra un fenomeno che collima con il triste e patetico, non perchè io voglia chiudere gli occhi di fronte alla evidente sofferenza di molti, ma perchè tali esibizioni, quelle dei giochi paraolimpici ecc., sia pure con teorici propositi alti, finiscono per essere ipocrite esibizioni di “politicamente corretto”, la rimozione di problematiche reali, come il “diritto all’eutanasia”, ad un’assistenza reale ecc. Sono però sicuro che molti non condividono il mio pensiero e reputano il “tennis adattato” (o discipline similari) una nobile dimostrazione di sensibilità e di inclusione sociale. Quindi: dove inizia e dove finisce il “politicamente corretto” accettabile (magari non condividendolo nello specifico e concreto), da quello esagerato, intollerante, insopportabile, vuoto di contenuti, maschera ipocrita di interessi talora spregevoli? Naturalmente io non ho una risposta ed, anzi, ognuno avrà la sua. Ciò che è evidente, mi sembra, è che non ci si può opporre alla residuale democrazia liberale degenerata, ed a volte ridicola, oltrechè ineficiente, e con scarsa credibilità ovunque, senza elaborare qualcosa di veramente alternativo, concettualmente articolato e condivisibile dalle masse scettiche, disincantate. Additare i mali (anche del “politicamente corretto”) è certo salutare, ma sterile, senza una alternativa concreta.

  2. La vera questione, alla quale non so rispondere è: è compatibile un “”mondo globalizzato” (piaccia o no, non mi pare abbia alternative facilmente percorribili) senza il “meticciato globale” in ogni ambito e settore?

  3. Concordo col tuo primo intervento Felice,sinceramente ho sempre trovato ripugnati quelle manifestazioni di sciocco falso buonismo che si esprimono nelle manifestazioni che hai citato, ma sul secondo intervento ti voglio sollevare un dubbio, forse è proprio la questione che poni ad esser sbagliata, io non credo che sia possibile una globalizzazione senza meticciato, in quanto nel liberismo prima o poi tutto diventa merce, compreso quindi l’uomo, e in un mondo in cui non ci sono confini e barriere e secondo la teoria liberista le merci possono viaggiare ovunque, così anche gli uomini ormai divenuti merce possono andare ovunque, la globalizzazione è proprio questo in sostanza… Ma credo che ogni domanda ha la risposta che si merita, ed in questo caso credo che sia la domanda ad esser sbagliata e così pure la risposta, infatti per me la domanda giusta sarebbe: é compatibile l’uomo, o la civiltà, con un mondo globalizzato? oppure posta un pò diversamente: davvero il “mondo globalizzato” è l’unico mondo possibile? Ecco io credo di no, e quindi per risponderti, il “mondo globalizzato” porta in seno il “meticciato globale”, ergo si deve trovare un alternativa al mondo globalizzato, o mondo unipolare come viene inteso in senso geo-politico, che poi sarebbe a dire occidentalizzato, perchè la globalizzazione è frutto dell’occidentalizzazione del mondo… in un mondo multipolare invece, ci sarebbero scambi economici , culturali etc, ma ognuno sarebbe appunto un polo a se stante, conservante la sua identità e quindi il “meticciato globale” semplicemente non potrebbe esistere, così come non esisteva prima dell’epoca moderna, ovviamente intendendo per “meticciato globale” un fenomeno che va ben al di là del semplice mescolamento etnico…

  4. Si hanno cicli alla fine, e mi sembra che il ciclo della democrazia di stampo liberale sia ormai giunto al capolinea, diciamo che la democrazia o ciò che così viene definito è viva solo grazie a un intenso “accanimento terapeutico” se così posso esprimermi…

  5. Liberalismo e socialismo rappresentano la rovina storica dell’Europa e dei suoi popoli. Apparentemente opposti, ma in realtà molto convergenti su tanti punti, occorre elaborare una teoria politica alternativa ad entrambe.

  6. Siccome “indietro non si torna” (chi lo vorrebbe fare realmente, poi?) mi riesce arduo non immaginare pessimisticamente un prossimo mondo caotico ed anarcoide, profondamente ingiusto. Liberalismo e socialdemocrazia stanno mostrando più che mai i loro limiti, eppure, a meno di tornare al “sistema metternichiano” legittimista, quello della restaurazione del Congresso di Vienna nel 1815 (ma chi vorrebbe sul serio oggi una allenza tra trono ed altare quando stanno scomparendo entrambi o sono già scomparsi?), non vedo elaborazioni politiche alternative, lasciando stare, ovviamente, il piano filosofico-letterario alla Nietzsche, Guénon, Evola ecc. Non mi piace la globalizzazione, ma Internet ce la porta in casa e nelle menti. Torniamo al 1980 o al 1788? Giacchè ci siamo niente più satelliti, TV, elettricità, aerei ecc.?

  7. Tornare indietro é impossibile, ma eliminare le numerose storture create dal “progresso” voluto da liberali e socialdemocratici, ponendo dunque numerosi “freni” e restrizioni di ogni genere, si potrebbe fare se solo lo si vuole.

  8. Werner. Ma tu pensi che le giovani generazioni siano ansiose di freni e restrizioni?

  9. Non lo penso assolutamente e spetta ai più anziani farlo. Purtroppo il libertinismo sessantottino ha influito negativamente sulle ultime generazioni, forse più che in quelle che il Sessantotto lo hanno fatto e vissuto in prima persona.

  10. Per giovani non intendevo i ventenni, ma le generazioni successive alla mia ormai, una ormai quarantenne. Che i settantenni, ammesso che ne abbiano volontà e numeri, possano mettere freni alle due generazioni successive – a mio modesto avviso per lo più smarrite – mi appare molto utopico…I settantottini veri, più vecchi di me, ormai sono in massima parte pensionati, o emarginati, ma il veleno da loro sparso ha camminato e molto, facendo una strage della volontà e del buon criterio.

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