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Università. Al Politecnico di Milano “non passa” l’inglese: il primato è della lingua italiana

Pubblicato il 24 maggio 2013 da Francesco Filipazzi
Categorie : Cronache

italiaIl 23 maggio 2013 rappresenta una data storica per il sistema universitario italiano, che vede sancito dal Tar il primato della lingua italiana nell’insegnamento accademico, sulla base di un Regio Decreto del 1933.  In realtà la sentenza si ripercuote, per ora, su un progetto piuttosto discusso, del rettore del Politecnico di Milano, Giovanni Azzone, che prevede(va) l’erogazione di lauree magistrali esclusivamente in inglese. La questione ha trovato subito favorevole una vasta fetta di opinione pubblica, soprattutto fra gli studenti, che vedevano e vedono tutt’ora il passaggio all’inglese come un avvicinamento al resto del mondo.

Dal punto di vista accademico però, più di un professore espresse subito le proprie perplessità, criticando questa sorta di anglofonia imposta. Si parla anche di professori di fama e pregio internazionale con all’attivo centinaia di pubblicazioni in inglese. La questione, dopo varie prese di posizione e vista la totale chiusura, a detta del centinaio di ricorrenti, del rettore e del Senato Accademico, è finita in tribunale, con l’esito già esposto.

Secondo i ben informati, il rettore se l’è cercata dato che la didattica in inglese al Politecnico di Milano è già erogata. Bastava – spiegano – che Azzone facesse meno rumore mediatico e non imponesse un obbligo stringente e generalizzato facendo nascere attorno alle lauree anglofone una specie di guerra di religione e, oggi, la questione non si sarebbe risolta in questo modo. Invece, al grido di “inglese o morte”,  sempre secondo chi ha scritto il ricorso, il rettore si è arroccato su una posizione non conciliabile con quella dei suoi interlocutori, che non ponevano sul piatto delle questioni di secondo piano, andando a toccare aspetti culturali e sociali da non trascurare.

Ad esempio Dino Mandrioli, docente di altissimo livello di informatica, scrisse sulla sua pagina personale come «un conto è l’uso indispensabile dell’inglese come lingua franca e altro è la rinuncia alla propria con tutto il corredo di storia e cultura che già adesso vengono de-valorizzati e umiliati sempre più dalla nostra società e purtroppo anche dalla nostra scuola [Ingegneria dell’Informazione, nda]. E ciò vale anche per l’ambito tecnologico-scientifico-ingegneristico». Mentre il preside di Architettura, Pier Carlo Palermo, che insegna in inglese da anni, commentò l’obbligo della lingua inglese «inutile e dannoso».

È chiaro che la questione non si conclude qui e che i sostenitori proveranno a modificare la proposta, adeguandola alle norme di legge, anzi qualcuno azzarda l’ipotesi che sia già pronta una “exit strategy”. Va comunque riconosciuto un “merito” al rettore: aver messo sul tavolo una questione importante, aperta in tutta Europa. Con la differenza che in Germania e in Francia si è anche già chiusa, la lingua nazionale non si tocca.

Di Francesco Filipazzi

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