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Cultura (di P. Isotta). Il paradiso celiniano di Albert Spaggiari nell’alchimia del Furto

Pubblicato il 11 giugno 2017 da Paolo Isotta*
Categorie : Cultura Libri

lettre-albert-spaggiari-l-11Incominciò ad aprile e terminò il 24 luglio 1967. Un anarchico, insieme di destra e di sinistra, genio del crimine “senz’armi né odio né violenza” e surrealismo vitale, Albert Spaggiari capisce che scavando nelle fogne di Nizza si può arrivare al caveau della Société Générale. Là ci sono le cassette di sicurezza, coi valori, i gioielli, i lingotti.

Lui, Albert, la pensava così: “Credo che ogni atto contro la società sia un’azione politica. Al primo posto il furto – non parlo del furto abietto che consiste legalmente o illegalmente nel rapinare i poveri, ma del Furto. Allo stesso tempo virtù ereditaria e arte tradizionale … e suprema speranza dell’uomo di raggiungere il suo scopo con i propri mezzi”.

Avesse avuto il laser, Spaggiari avrebbe impiegato la metà del tempo e rubato il doppio. Lo racconta senza rimpianto. Invece la sua idea appariva folle e irrealizzabile. Non potevano credere che la fiducia nell’infrangibilità delle pareti avesse fatto ritenere inutile un sistema d’allarme a vibrazioni. Finalmente una eteroclita turba internazionale, nella quale prevalevano i marsigliesi, si consocia con lui. La malavita mette i soldi per gli arnesi di scavo, i lanciafiamme. E incomincia la vita nelle fogne. Ogni giorno immersi nella merda a un tal grado che l’urina appariva loro pulita e la usavano per pulirsi; a tal punto che nemmeno dopo ripetuti bagni la puzza cessava. Spaggiari racconta la storia ora per ora. È un emulo di Céline, minimo ma non indegno. Non filosofeggia ma la parte dedicata al rapporto con l’escremento è ricca di senso simbolico. Nella merda ci si deve immergere quasi al punto di creare una transustanziazione; e questa immersione diviene la premessa obbligatoria di opus nigrum alchemico. Solo che, dopo il passaggio all’oro si rivela una delusione. Dal diventare merda allo scoprire che questo inutile: ecco la vita. In mezzo, rapporti psicologici complessi, di solidarietà ma soprattutto di estraneità, disprezzo, anche odio, fra i membri della banda. Tuttavia Spaggiari scopre che tutti questi reduci di storie diverse si dedicano al più grande furto della storia più per insondabili motivi esistenziali che per autentica avidità.

Albert venne arrestato per una soffiata; e confessò solo perché l’avevano drogato. Gli diedero l’ergastolo. Fuggì si nascose. La galera la conosceva. Era stato parà in Indocina e s’era già fatto cinque anni della terribile detenzione militare ad Hanoi. Si trovava a Rio dopo l’evasione: lì conobbe un altro surrealista e irregolare della vita e della politica, un aristocratico trapanese del quale anch’io sono stato amico e che, ora ch’è scomparso, la nostra Silvia Truzzi ha rievocato in modo toccante insieme e profondo: Tomaso Staiti di Cuddia.

Tomaso all’epoca era parlamentre del Movimento Sociale Italiano. Coltivò l’amicizia con Spaggiari senza tradirlo. Acquistò i diritti per l’edizione italiana delle sue memorie. Ma le ha pubblicate – e Tommaso ha fatto a tempo ad assistervi – un altro surrealista esistenziale, l’avvocato leccese trasferitosi a Milano Carlos D’Ercole.

Le fogne del Paradiso è uno dei più bei libri di vita, e di narrativa, degli ultimi decenni.

Lo segnalo a tutti quelli che sono disgustati dei palloni gonfiati del Premio Strega e simili. La casa editrice si chiama Oaks di Sesto San Giovanni: il Paradiso, senza fogne, merita per il coraggio della pubblicazione.

*Da Il Fatto Quotidiano

@barbadilloit

Di Paolo Isotta*

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