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L’intervista. Dominique Venner: “Essere ribelli significa essere norma per se stessi”

Pubblicato il 23 maggio 2013 da Rivista Elements
Categorie : Cultura Le interviste

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Pubblichiamo una intervista a Dominique Venner tratta dal numero 139 della rivista francese “Elements” dedicata al declino dell’Occidente. ***

Che cos’è un ribelle? Ribelli si nasce o si diventa a seconda delle circostanze? Ci sono diversi tipi di ribelli?

Dominique Venner. Si può essere intellettualmente indipendenti, ai margini del gregge, senza per questo essere un ribelle. Paul Morand ne è un buon esempio. Da giovane, era stato uno spirito libero, niente di più, e un favorito dalla fortuna, nei due sensi del termine. I suoi romanzi semplici avevano favorito il suo successo. Niente di ribelle e nemmeno di insolente a quell’epoca. Ciò che ha fatto di lui l’indipendente rivelato dal suo Diario è stato l’aver fatto involontariamente la scelta dei futuri perdenti tra il 1940 e il 1944 e l’aver persistito poi nelle sue repulsioni, l’essersi sentito uno straniero. Un altro esempio molto differente è quello di Ernst Jünger. Benché sia autore di un Trattato del ribelle molto influenzato dalle inquietudini della guerra fredda, Jünger non fu mai un ribelle. Nazionalista all’epoca del nazionalismo, in urto con il III Reich come buona parte della buona società, legato durante la guerra ai futuri cospiratori del 20 luglio 1944, non ha mai approvato il principio dell’attentato contro Hitler. Ciò per ragioni di ordine etico. Il suo itinerario più o meno ai margini delle mode è molto esattamente quello dell’anarca, figura di cui fu l’inventore e la perfetta incarnazione dopo il 1932. L’anarca non è un ribelle. È uno spettatore appollaiato a una tale altezza che il fango non può raggiungerlo.

Al contrario di Morand o di Jünger, in seno alla generazione precedente, il poeta irlandese Padrig Pearse fu un autentico ribelle. Si può dire che lo fu per nascita. Bambino, aveva imparato le gesta dei combattenti di tutte le rivolte dell’Irlanda. Più tardi, cominciò ad associare il risveglio della lingua gaelica alla preparazione dell’insurrezione armata. Membro fondatore della prima IRA, fu il vero capo dell’insurrezione della Pasqua del 1916 a Dublino. Per questo motivo venne fucilato. Morì senza sapere che il suo sacrificio sarebbe diventato il lievito che avrebbe fatto trionfare la sua causa.

Quarto esempio ancora differente, Aleksandr Solženicyn. Fino al suo arresto, nel 1945, era stato un eccellente sovietico, che si poneva poche domande su un sistema nel quale era nato, e che compiva durante la guerra il suo dovere di ufficiale riservista dell’Armata rossa senza problemi di coscienza. Il suo arresto, la scoperta del Gulag, dell’orrore accumulato dal 1917, provocarono una totale rimessa in discussione, tanto di se stesso quanto del mondo nel quale aveva vissuto fino a quel momento alla cieca. Fu allora che divenne un ribelle, anche rispetto alle società mercantili, distruttrici di ogni tradizione e di ogni vita superiore.

Le ragioni di un Pearse non sono quelle di un Solženicyn, il quale ha avuto bisogno dello shock di un avvenimento seguito da un eroico sforzo interiore per diventare un ribelle. Ciò che hanno in comune, è di aver scoperto per vie differenti una incompatibilità assoluta tra il loro essere e il mondo nel quale dovevano vivere. Questa è la prima caratteristica che definisce il ribelle. La seconda è il rifiuto della fatalità.

Che differenza c’è tra la ribellione, la rivolta, la dissidenza e la resistenza?

D.V. La rivolta è un movimento spontaneo, provocato da una violenza ingiusta, un’ignominia, uno scandalo. Figlia dell’indignazione, è raramente durevole. La dissidenza, come l’eresia, è il fatto di separarsi da una comunità, sia essa politica, sociale, religiosa o filosofica. I suoi motivi possono essere legati al caso. Essa non implica l’inizio di una lotta. Quanto alla resistenza, al di là del senso mitico acquisito durante la guerra, significa che ci si oppone, e niente di più, a una forza o a un sistema, anche passivamente. Essere ribelli è tutt’altra cosa.

Rispetto a che cosa un «ribelle» è essenzialmente… ribelle?

D.V. È ribelle a ciò che gli sembra illegittimo, all’impostura o al sacrilegio. Il ribelle è legge per se stesso. Ciò fonda la sua specificità. La sua seconda caratteristica è la volontà di iniziare la lotta, anche senza speranza. Se combatte una potenza, è perché ne rifiuta la legittimità, ed aspira a un’altra legittimità, nella fattispecie a quella dell’anima o dello spirito.

Quali modelli di «ribelli» offrirebbe, scegliendoli nella storia e nella letteratura?

D.V. Di primo acchito, penso all’Antigone di Sofocle. Con lei, siamo nello spazio della legittimità sacra. Antigone è ribelle per fedeltà. Sfida il decreto di Creonte per rispetto della tradizione e del comandamento divino – la sepoltura dei morti – trasgredito dal re. Poco importa che Creonte abbia le sue ragioni. Il loro prezzo è un sacrilegio. Antigone crede dunque di essere legittimata nella sua ribellione. Per invocare altri esempi, ho solo l’imbarazzo della scelta. Durante la guerra di secessione americana, gli yankees designarono i loro avversari sudisti con il nome di ribelli, rebs. Era della buona propaganda, ma falsa. La Costituzione degli Stati Uniti riconosceva, infatti, agli Stati membri il diritto di secessione. E le forme costituzionali erano state rispettate dagli Stati del Sud. Il generale Robert Lee, un virginiano, futuro comandante in capo degli eserciti confederati, non si considerava un ribelle. Dopo la sua resa, nell’aprile del 1865, si sforzò di riconciliare il Sud con il Nord. In quel momento insorsero i veri ribelli, donne e uomini che, dopo la sconfitta, continuarono la lotta contro l’occupazione del Sud da parte degli eserciti nordisti e dei loro protetti. Alcuni, come Jesse James, cascarono nel banditismo. Altri trasmisero ai loro figli una tradizione che ebbe una grande posterità letteraria. Leggendo Gli invitti, il più bel romanzo di William Faulkner, si scopre, ad esempio, l’affascinante ritratto di una giovane ribelle, Drusilla, sempre certa del suo buon diritto e dell’illegittimità dei vincitori.

Come si può essere ribelli oggi?

D.V. Mi chiedo soprattutto come si possa non esserlo! Esistere, significa combattere ciò che mi nega. Essere ribelli non è collezionare libri empi, sognare fantasmagorici complotti o la resistenza partigiana nelle Cevenne. Significa essere norma per se stessi. E attenervisi, a qualunque costo. Badare a non guarire mai dalla propria giovinezza. Preferire inimicarsi il mondo intero, piuttosto che strisciare. Praticare anche, come un corsaro e senza vergogna, il diritto di preda. Saccheggiare nell’epoca tutto ciò che è possibile convertire alla propria norma, senza fermarsi alle apparenze. Nella sconfitta, non porsi mai il problema dell’inutilità di un combattimento perduto. Si pensi a Padrig Pearse.

Ho ricordato Solženicyn che incarnò la spada magica di cui parla Jünger, «la spada magica che fa impallidire la potenza dei tiranni». In questo, egli è unico e inimitabile. Eppure, era debitore a persone meno grandi di lui. E ciò incita a riflettere. In Arcipelago Gulag, ha narrato le circostanze della sua «rivelazione». Nel 1945, c’era una decina di detenuti nella stessa cella della prigione di Butyrki, a Mosca, volti smunti e corpi abbandonati. Tra i detenuti, uno solo era differente. Era una ex guardia bianca, il colonnello Constantin Iassevic. Si voleva fargli pagare il suo impegno nella guerra civile, nel 1919. E Solženicyn dice che il colonnello, senza parlare del suo passato, mostrava con tutto il suo atteggiamento che per lui la lotta non era finita. Mentre nella mente degli altri detenuti regnava il caos, egli aveva visibilmente un punto di vista chiaro e netto sul mondo che lo circondava. La nettezza della sua posizione dava al suo corpo, malgrado l’età, solidità, scioltezza, energia. Era l’unico a spruzzarsi con acqua fredda ogni mattina, mentre gli altri detenuti marcivano nella loro sporcizia e si lamentavano. Un anno dopo, trasferito di nuovo nella stessa prigione di Mosca, Solženicyn venne a sapere che l’ex colonnello bianco era stato appena giustiziato. «Dunque, era questo che vedeva attraverso i muri, con i suoi occhi rimasti giovani […] Ma l’incoercibile sensazione di essere rimasto fedele alla via che si era tracciata gli conferiva una forza poco comune». Meditando su questo episodio, mi dico che, non riuscendo ad immaginare di poter mai diventare un altro Solženicyn, ognuno di noi può quantomeno essere l’immagine del vecchio colonnello bianco. (traduzione di G. G.)

* da Elements n. 139 (pubblicato su Diorama Letterario numero 308)  

Di Rivista Elements

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