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Politica. Rabbia “grillina” contro la Gabanelli. Il motivo? Li sprona a non fare i “Peter Pan”

Pubblicato il 20 maggio 2013 da Antonio Rapisarda
Categorie : Politica

gabanelli«Tu quoque, Milena». Sì, proprio lei, Milena Gabanelli, ha puntato il dito nell’angoletto lasciato scoperto – forse per troppa sicurezza – dalla retorica autoassolvente  del Movimento 5 Stelle: quello del rapporto tra il blog di Beppe Grillo e la Casaleggio associati. Ha lasciato il segno tra i grillini la puntata di Report che ha preso di mira la trasparenza in seno ai partiti. Perché, tra le inchieste sui “soliti” partiti, con il 25% dei consensi, è stato ovviamente anche il turno del Movimento 5 Stelle.

Non ci credono, i militanti grillini, che proprio Report abbia preso di mira loro: ma come, i miliziani dell’anticasta trattati come gli altri? Come i vari Lusi o Belsito? Eppure dovrebbero essere contenti che la paladina – addirittura indicata come la preferita della rete per il Quirinale – non abbia guardato in faccia nessuno: nemmeno loro che “fra di loro” sono così bravi a guardarsi con legittimo “sospetto”. E invece sulla giornalista sono piovuti i peggiori insulti: tra i tanti, quella di essere al soldo di Pd e Pdl (!).

Ha fatto una certa impressione – e non solo ai simpatizzanti del M5S – vedere Gianroberto Casaleggio comportarsi come un “responsabile” qualsiasi con quel suo «a questo domanda non rispondo» davanti a una richiesta legittima della redazione del programma: «La voce politica – ha attaccato la Gabanelli – passa attraverso il blog di Beppe Grillo, i proventi quindi vanno anche al Movimento?». La replica del movimento, poi, è arrivata: il M5S si finanzia esclusivamente con le donazioni.

Caso chiuso? No, perché, a quanto pare, il fastidio per aver disturbato il manovratore non è passato. Oltretutto nel momento in cui la Gabanelli ha chiesto a Grillo & co di emanciparsi dalla logica degli “scontrini” per iniziare a portare avanti le istanze per cui sono stati eletti. Proprio quell’ingresso in quella fase della maturità che i “Peter Pan” della politica prima o poi dovranno accettare.

Di Antonio Rapisarda

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