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Cultura. L’omaggio al Teatro ne “Il Casellante” di Dipasquale tratto dal romanzo di Camilleri

Pubblicato il 17 Marzo 2017 da Daniela Sessa
Categorie : Cultura

MANIFESTO-CASELLANTE-web-1Racconta Andrea Camilleri nel suo “L’ombrello di Noè” che Solone nei pressi del tempio di Dioniso vide una folla “in piedi davanti a un rozzo carro di legno, le cui stanghe erano poggiate su due pali infissi sul terreno”: vide il carro di Tespi. Il pubblico di “Il Casellante”, lo spettacolo del regista Giuseppe Dipasquale tratto dal romanzo omonimo di Camilleri, vede al pari di Solone un carro, un risciò al centro della scena. Prima che si alzi il sipario. Che nemmeno si alzerà.

Dipasquale e Camilleri invitano all’osmosi tra palcoscenico e platea, chiedono agli spettatori incuriositi dall’insolita accoglienza di uccidere ancora l’ὑποκριτῆς (l’upokrites, colui che dà risposte) e far nascere l’attore, la maschera, l’altro da sé. Maschere ossia possibili esistenze- temute o rimosse, quasi mai rassicuranti- sono i sette attori in scena. A ciascuno il proprio coturno, il proprio camuffamento. A Moni Ovadia il compito di attraversare la linea d’ombra che separa personaggio e narratore: istrionico nell’essere il “canta-storia”, la mammana, il giudice, il barbiere, il gerarca, lo stupratore. Il garbato Sergio Seminara è ora capomafia ora cliente del barbiere, ora giudice. E ancora Antonio Vasta e Antonio Putzu, musicanti e carabinieri. E almeno altri due ruoli interpreta il bravo Giampaolo Romania, che è soprattutto Totò, il compagno delle cantate di Nino Zarcuto, il casellante. Nino è Mario Incudine: l’artista ennese si conferma capace come pochi di prendersi un personaggio addosso, dargli cuore e voce, gesti e faccia. La faccia buona e la faccia disperata: il continuo incanto di Nino cesella il volto di Mario Incudine. Nino è incanto, come Minica è amore. Struggente e feroce l’interpretazione di Valeria Contadino che sa essere la pudica sensualità di Menica. La presenza scenica dell’attrice catanese riempie lo spazio della poesia e della tragedia. A lei è affidato il senso di questo spettacolo quando offre al teatro la posa oscena e pietosa del corpo di Minica (qui nella foto).

IMG-20170314-WA0031Assistere allo spettacolo “Il Casellante” vuol dire assistere all’epifania del teatro. Alle sue origini. Vederne le radici. E non a caso le radici, l’albero che esse reggono sono il feticcio, la metafora che spiega la vicenda cruda e tragica del casellante Nino e della moglie Minica. La parola è nel corpo. E’ il corpo dell’attore. Il corpo dell’attore è la materia del palcoscenico, è il teatro, luogo fisico e simbolico della Rappresentazione. Ecco il Dioniso che Dipasquale ha brillantemente sviscerato dal romanzo di Camilleri. La satira, impietosa verso il fascismo, e le irriverenti serenate al cornuto si mescolano a battute e gestualità comiche per poi scivolare, nel secondo atto nella brutalità dell’orgia della storia e dei sentimenti. Il riso e il pianto sono gli elementi catartici di quest’opera di teatro che alla tradizione del vaudeville e dell’operetta, della commedia musicale e della tragedia ha affidato l’espressione della magica sicilianità del romanzo. La magia è nella storia dell’albero: Minica -e qui Camilleri cita il mito di Dafne ma come dimenticare le “favole” di Pirandello?- vuole farsi radici e fronde per produrre il frutto che la vita le ha portato via. La sicilianità sta nella lingua, in quel pasticcio vigatanese che a teatro ha la sua felice e, si osi dire, naturale sede. I camuffamenti della parola, essenza della lingua di Camilleri, e i travestimenti degli attori si svelano nella necessaria reciprocità. L’esagerazione del mezzo espressivo diventa impeccabile quando dà corpo alle note di Incudine e Vasta (autori delle musiche). Lo spettacolo vive della parola che non tace mai, le battute dei personaggi si rincorrono le une con le altre: un coro di voci è il coro dei personaggi. La parola del silenzio arriva alla fine, quando la favola cede il passo alla pietas della vita.

Viva il teatro, viene da urlare appena si smorzano le luci sul destino dei personaggi. Ma l’urlo rimane dentro, si fa nodo in gola di commozione e gioia, si fa scroscio di battimani. Il sipario può calare.

@barbadilloit

@sessadany

Di Daniela Sessa

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