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La storia. Il primo ‘Papi’ (di Ruby) fu Melo. In Sicilia. Generoso oltre che genio dell’imprenditoria

Pubblicato il 19 maggio 2013 da Pietrangelo Buttafuoco
Categorie : Cronache

rubyIl primo Papi fu Melo. Ovvero, Carmelo Raciti. E’ il proprietario delle “Capannine”, che è uno dei posti più belli al mondo, un lido balneare adagiato sulla spiaggia di Catania dove una sera, da Letojanni, arrivò Ruby. E da dove se ne scappò, urlante, per aver forse inteso o forse frainteso – così confesserà lei stessa in un interrogatorio – Melo che sbucò via da un armadio, tutto nudo e, dunque, con tutte le vergogne di fuori, in direzione del proprio giaciglio. Lei non era ancora la nipote di Mubarak. Non era famosa. Era solo una prorompente bellezza siciliana, d’innesto marocchino. Era, infatti, la disperazione di Mohammed el Marough, il padre suo che la inseguiva per ogni dove tra Messina e Patti urlandole dietro: “Sciagurata, sciagurata…”. Prostituta, no. Non lo era. Un femminone sì, però. Già lo era. Come sembrò da subito a Raciti (per gli intimi Melo), che la incontrò per la prima volta in via Etnea. Lui era in compagnia di amici, tutti ingravidabalconi, e tutti se ne restarono catturati dalla ferina malia di una ragazza sciagurata che – chissà perché – cercava un posto dove dormire. Ne furono catturati, certo, ma a debita distanza. “Una transitoria ospitalità”, diceva lei a tutta quella comitiva che, grazie al cielo, risultò galante. Il femminone, infatti, ai loro occhi si rivelò bambina e nessuno – nonostante le sue richieste – ebbe a scordare la strada di casa. Si scambiarono i numeri di telefono e la faccenda si chiuse lì. Il primo Papi non si scorda mai e Ruby, infatti, durante un interrogatorio, lo raccontò di come se lo ritrovò, Melo, sbucato chissà come dall’armadio. In piena satiriasi. Ma come fu e come non fu, intanto, questa storia non è materia di magistratura. Non solo non è tema di processo perché Melo, ovvero Raciti, fu di cuore grande a ospitare la ragazza, ma anche perché i pm di Milano, pur raccogliendo questa confessione, hanno voluto giustamente sorvolare proprio per non smentire il sostrato psicologico di una fanciulla che conoscerà la corruzione dei riflettori dopo, prima di essere Ruby Rubacuori.

Il primo Papi, dunque. Il fatto accadde due anni dopo il loro primo incontro. Lei si presentò da Melo, nel bel pieno della serata, alle “Capannine”. Si mostrò a lui trafitta, povera figghia, da un’infinità di guai e problemi con il padre, con la polizia e con il destino ingrato per poi mormorare, tra le lacrime: “Non so dove dormire”. Melo rispose, non però con delle vane parole, ma – da vero siciliano – aprendole la porta di casa. Direttamente quella della propria camera da letto. Lui, va da sé, dormì altrove. Non senza offrirle per il giorno dopo anche una tuta. Lei, povera figghia, era sporca. Non aveva un vestito di ricambio. Con una busta di plastica come bagaglio, povera figghia, era il ritratto della sciagura. E nelle orecchie, infine, non portava pendenti, no, ma solo l’eco di un urlo disperato: “Sciagurata, sciagurata”. E’ la voce roca del padre suo, un ambulante di Letojanni, che si faceva pazzo per questa figlia: “E’ malata di televisione!”. Una cosa è il padre, un’altra è il Papi. Melo, uomo ospitale e di grande affabilità, fece approntare dai suoi uomini un bungalow per dare alla ragazza la “transitoria ospitalità”. Lei, povera figghia, fu proprio grata. E come fu e come non fu si racconta che Melo, a un certo punto, fece a Ruby un certo discorso…

Ecco, prima del discorso, però, una premessa. Adesso non c’è più un articolo ma un racconto (c.d. traditio omerica), che in Sicilia fa d’uopo con gli arricchimenti dei fatti, sempre amplificati e a maggior ragione quando si tratta di donne… Si racconta che il nostro Melo, per i primi due giorni, si comporta con la ragazza da padre. Nel solco della sana tradizione si rivela ospitale e premuroso. Il terzo giorno però lui le parla e le fa quel “certo discorso”, fatto – ci mancherebbe altro – con estrema sincerità: “Bella mia, tu potresti essere mia figlia e io ti rispetto. E però una cosa: tu hai anche una felicità di respiro in petto che mi fa perdere il sonno, il giorno e la fantasia. Ecco, figghia, io te lo dico con il cuore in mano, ma non credo che possa resistere assai e quindi – credimi – è meglio che te ne vai”.
Un vero Papi, appunto. La bella e giovane mora non se ne diede per inteso – o per frainteso – e nemmeno lontanamente pensò di andarsene, ma non fece i conti con la sincerità delle parole del suo ospite, effettivamente generoso e ospitale ma da sempre con un solo meritorio debole: i fimmini.

L’avviso sulla sua debolezza di carne, correlato alla permanenza, poté anche essere un cenno implicito di assenso sicché il racconto del giorno dopo – come nel racconto di lei – quando lui entra, si spoglia integralmente e si chiude nell’armadio della stanza della ragazza, per uscirne non appena lei sta per andare a letto, se non è Boccaccio è Brancati ma di certo c’è che in quel mobile Melo Raciti non ci fu. Lei si spaventa, urla e lo colpisce con qualcosa che c’è in camera, e il malcapitato recede dai suoi istinti primordiali. Fin qui c’è il resoconto di Ruby, povera figghia, non eclatante, certo, come la vicenda di Milano, ma certamente un racconto degno di letteratura anche perché Melo, il nostro Melo, è un vero grande. E’ un bel ragazzone – padre di Francesca, formidabile consigliere comunale del Pd a Catania – ed è proprietario di tanti locali etnei. E’ prestante ma non è uno scimunito palestrato. Forse non ha nel suo forte la lingua italiana ma dovevate sentirlo nel pulmino che porta i passeggeri all’imbarco del volo Roma-Catania. “Melo”, gli domanda un tipo, “ma come siamo combinati con questa crisi?”. Godetevi la risposta, altro che le analisi di Giavazzi & Alesina: “Una certa criticità”, risponde Melo, “c’è, ma una cosa dove mi salvo – che è una cosa eccezionale – è la serata ’ggay. Mille ingressi, mille paganti. Mentre, invece, nelle serate normali, tutti vogliono entrare a gratis e tutti si prendono a legnate. Che sono belli, invece, questi ’ggay. E quanto sono precisi! Nessuno dà disturbo di niente. Entrano e stanno tranquilli. L’unica cosa, la mattina, quando faceva giorno era il problema della spiaggia che restava tutta piena di preservativi. Ma io ho avuto l’idea: ci feci i gazebo. E tutto, ora, è pulito e perfetto. Ad orario che vengono le famiglie in spiaggia non c’è rischio che trovano tracce. Ci fici fare la raccolta differenziata del preservativo dentro il gazebo”. Ecco, un vero Papi. E uno così, un genio dell’imprenditoria, come lui, s’infilava in un armadio?

* da Il Foglio

Di Pietrangelo Buttafuoco

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