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L’intervista. Grandi: “Il futuro dell’Italia tra innovazione e valorizzazione del lavoro”

Pubblicato il 11 gennaio 2017 da Michele De Feudis
Categorie : Le interviste
Un Quarto Stato Pop

Un Quarto Stato Pop

Una intervista a tutto campo con Augusto Grandi, firma del Sole24Ore, scrittore e saggista, sulla crisi economica italiana e sulle prospettive politiche dell’area sovranista. Grandi ha pubblicato recentemente il volume “Italia allo sbando” per Eclettica edizioni, in una nuova collana diretta da Marco Valle

Augusto Grandi, con “Italia allo sbando” offre una radiografia della crisi italiana. Cosa emerge della statistiche sul Pil pre-euro e post-euro?

“Emerge, innanzi tutto, che la caduta del Pil italiano è la più grave in assoluto tra i Paesi dell’Ue. Nel 2001 il Pil pro capite italiano era pari all’equivalente di 27.800 euro, nel 2015 si era scesi a 25.500. Sempre nel 2001 il Pil pro capite italiano era superiore del 18,8% rispetto alla media europea,  nel 2015 era inferiore del 3% rispetto alla stessa media. Nello stesso periodo il Pil pro capite tedesco passava da +25,6 a +29,7 e in Gran Bretagna dal +15 al +17,5%. La Francia ha registrato una flessione ma resta a +19,6%. L’Italia è l’unico Paese dell’Unione ad essere passata da una posizione sopra alla media ad una al di sotto della media”.

Si può definire l’euro “la moneta della povertà”?

“No, perché come si vede per alcuni Paesi come la Germania l’introduzione dell’euro ha portato benefici. Per l’Italia, come per la Grecia o la Spagna, invece è stata la moneta della povertà”.

Perché l’Italia stenta ad individuare efficaci politiche industriali?

“Perché l’Italia ha una classe dirigente fallimentare. I politici non sono in grado di individuare delle strategie per il rilancio dell’industria, gli imprenditori sono agli ultimi posti in Europa per gli investimenti in ricerca e sviluppo. Ma anche per gli investimenti in genere. Si preferisce vendere le aziende agli imprenditori stranieri, piuttosto di investire”.

Senza una visione industriale del paese, che destino attende il paese?

“Sarebbe facile sostenere che il destino è quello di camerieri per i turisti stranieri che arriveranno. Ma non è così. Ci sono ancora industrie sane e che non vogliono delocalizzare e che restano in mani italiane. E poi ci sono gli imprenditori stranieri che sono capaci di fare impresa anche in Italia, con le regole italiane. Il destino dipenderà dalla capacità delle Pmi di innovare e di fare rete per affrontare la concorrenza internazionale.  E dipenderà dal coraggio di valorizzare i lavoratori. Se si procede sulla strada del precariato e dello sfruttamento, il mercato interno sarà destinato a contrarsi e per le Pmi che vivono di mercato interno sarà la fine”.

Colossi francesi fanno shopping nell’agroalimentare italiano, FinCantieri compra una azienda del settore transalpino. La bilancia da che parte pende?

“Pende dalla parte di Parigi. Che si è comprata non solo l’agroalimentare, ma anche la moda. E pure aziende energetiche mentre cresce la penetrazione nel settore delle telecomunicazioni, al di là della vicenda Mediaset-Bolloré. Senza dimenticare insediamenti storici francesi in Italia, a partire dalla Michelin”.

La sovranità economica passa anche dalla sovranità tecnologica. Dal gps ai motori di ricerca l’Italia e l’Europa perdono autonomia e si appoggiano a strutture elaborate da altri paesi. Si può invertire la tendenza?

“Sì, si può invertire la tendenza e qualcosa si sta facendo, anche se troppo lentamente. Non è facile mettere d’accordo interessi economici di aziende di Paesi europei differenti. Ma persino nelle attività spaziali l’Europa continua ad essere competitiva. Ci sono le tecnologie, ci sono le competenze professionali e ci sono persino collaborazioni che funzionano, proprio tra Italia e Francia. Il rischio, soprattutto italiano, è che la suicida politica salariale spinga alla fuga i lavoratori migliori, quelli che hanno offerte molto più vantaggiose da altri Paesi, a partire da quelli europei. Per non parlare dei ricercatori universitari, alle prese con salari indecenti, con la precarietà e con le carriere bloccate da interessi baronali”.

Riaffermare una autonomia nazionale nelle politiche economiche richiederebbe classi dirigenti in grado di ridiscutere trattati e cessioni di sovranità. Chi sono gli interlocutori per questa prospettiva?

“E’ facile individuare la controparte: Bruxelles, la Bce, anche alcuni ministri tedeschi, sotto alcuni aspetti persino la Nato. Più difficile individuare quale sia la parte che difende gli interessi italiani. La nostra agricoltura e la nostra pesca sono oggetto di continui attacchi da parte dell’Ue ed i nostri ministri non sono in grado di garantire una tutela adeguata. Spesso perché non vogliono garantirla. Magari perché i primi avversari dell’agricoltura sono gli industriali dell’agroalimentare che preferiscono importare le materie prime da altri Paesi, per risparmiare. Vanno ridiscussi i trattati con l’altra sponda del Mediterraneo per quanto riguarda i prodotti agricoli, ma se poi è il governo italiano a violare le norme italiane sulle denominazioni d’origine (la vicenda della Nocciola di Langa è emblematica), diventa difficile contrastare la pirateria internazionale. Sul fronte industriale andrebbero abolite le sanzioni alla Russia e andrebbero ridiscussi gli accordi con la Cina: se Trump insisterà sulla chiusura economica nei confronti di Pechino, la Cina avrà molto più bisogno dell’Europa e l’Europa dovrebbe appofittarne”.

Le prossime elezioni in Francia e Germania presentano incognite e possibili affermazioni di movimenti sovranisti. Cosa cambierà negli equilibri europei?

“In Germania cambierà poco o nulla, perché difficilmente Afd andrà al di là di un buon risultato che la collocherà comunque all’opposizione. Ma un buon risultato rappresenterà comunque un segnale di cambiamento anche in un Paese con minori problemi economici rispetto all’Europa del Sud. In realtà i poveri aumentano anche in Germania, i mini job sono un palliativo, non una soluzione. E l’insoddisfazione cresce. Quanto alla Francia, il favorito è Fillon, davanti a Marine Le Pen che incontrerà i soliti problemi per imporsi al secondo turno. Entrambi, però, sono filorussi e questo potrebbe davvero cambiare gli equilibri in Europa. Magari riavvicinando Mosca al resto del Continente e staccando Putin da Trump. Sul fronte politico interno occorrerà vedere se una sconfitta al secondo turno del FN porterà a scissioni in stile italiano o se spingerà il Front ad un maggiore impegno sul territorio per continuare a crescere”.

Ha un nuovo saggio in uscita?

“In questo momento in rampa di lancio, editore permettendo, ho un romanzo, il seguito di Razz.  Vedremo i tempi di uscita”.

Ultima domanda: l’opinione pubblica sovranista in Italia. Come si può strutturare in maniera più efficace una rete tra intellettuali e piccoli media che declinano un nuovo patriottismo al passo con i tempi? 
“Bisogna superare l’idea del volontarismo. I politici sono, giustamente, retribuiti per la loro attività. Non si capisce perché gli intellettuali dovrebbero lavorare gratis. Se si vuol far crescere i piccoli media, occorre puntare sulla professionalità. Non ci si può affidare a chi scrive un articolo, un saggio, un’analisi a tempo perso, quando ha finito di lavorare per guadagnarsi lo stipendio mensile. L’informazione attuale è vincente se è immediata, se offre risposte e analisi sul momento. Bisogna superare la logica dell’informazione reducistica e affrontare i temi del quotidiano e del futuro. Troppi libri sulle ultime ore del Duce e troppi pochi sulle prospettive di vita di chi ha oggi 20 anni”.

@barbadilloit

Di Michele De Feudis

Una risposta a L’intervista. Grandi: “Il futuro dell’Italia tra innovazione e valorizzazione del lavoro”

  1. Le riflessioni di A.Grandi sono interessanti e contengono alcune verità indiscutibili , come ad es. L’incapacità dei ns governi di tutelare in sede UE importanti settori della ns economia , così come di difendere taluni settori strategici. Tuttavia si tacciono alcune realtà non meno importanti. Gli imprenditori, PMI comprese, per mille ragioni non vogliono uscire dal l’area euro, così come i settori produttivi della GB erano contrari alla BREXIT . Il declino dell’Italia non risiede nell’adesione all’euro, ma nella nostra incapacità dal 1945 in poi di essere uno Stato virtuoso e credibile . Qualunque indagine rivela che per imprenditori ed investitori esteri i mali peggiori consistono nella lentezza del sistema giudiziario, nella mancanza di infrastrutture adeguate, nei problemi di ordine pubblico in svariate Regioni e soprattutto in una Pubblica amministrazione asfissiante, con tassi di assenteismo impensabili nel settore privato e che tramite i suoi dipendenti ha causato solo nel primo semestre anno 2015 malversazioni per 3 miliardi di euro ( fonte Corte dei Conti) . Se a ciò poi aggiungiamo una Scuola che per docenti ed alunni esclude il metodo meritocratico, Regioni a statuto speciale e non , che sono abissi di dissipazione, una classe politica ignorante e spendacciona, l’ostilità diffusa a qualunque tipo di riforma, il gioco è fatto….. . La nostra debolezza in Europa è nei nostri difetti atavici. Sovranità in uno Stato che dalle Banche venete al baratro di Montepaschi, da Mafia capitale a Regione Lazio , dagli scaldali in ogni appalto ad una corruzione diffusa in ogni strato sociale , vorrebbe gestirsi da solo ? No grazie ! La nostra battaglia , senza fughe in avanti e slogan di facile presa, dovrebbe essere il recupero anzitutto di una eticità condivisa. Finiamola di dare sempre la colpa agli altri sulla falsariga del ” a me m’ha rovinaro la guera” del compianto Alberto Sordi.

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