0

#2017. Da Trump a Helsinki al libro di Perez Reverte: ci sarà la moratoria del buonismo?

Pubblicato il 10 gennaio 2017 da Giorgio Ballario
Categorie : Politica
Dalla copertina dell'Economist

Dalla copertina dell’Economist: Trump, Le Pen e Orban

Barbadillo mi chiede di intervenire per fare una previsione sul 2017, mettendo in luce un tema che si svilupperà nel corso dell’anno. Ci ho pensato un attimo, poi mi è venuto in mente questo, che in realtà si situa a metà strada fra l’argomento di analisi e l’augurio: il 2017 sarà l’inizio della fine dell’odiosa dittatura culturale del “politicamente corretto”?

L’addio di Barack
Fra pochi giorni uscirà di scena Barack Obama, che al di là dei meriti e dei demeriti di otto anni di presidenza degli Usa, è stato un indubbio portavoce del pensiero unico di cui sopra; ma ancor di più è stato brandito come simbolo dalle varie centrali mondiali della disinformazione culturale a senso unico (altro che hacker russi…). Basti pensare al sorprendente Nobel per la Pace assegnato “di default”, prima ancora che il presidente americano potesse abbozzare la propria politica estera. Che fra l’altro, adesso, quasi tutti giudicano abbastanza fallimentare.

Bene, Obama sta lasciando la Casa Bianca in modo tutt’altro che elegante, cercando di mettere i bastoni tra le ruote di Donald Trump, il principe della “scorrettezza politica”, eppure tra i campioni del pensiero unico nessuno punta il dito contro simili atteggiamenti. Pensate se l’avesse fatto George W. Bush otto anni fa, prima dell’insediamento di Barack…

Ma non importa. Ciò che conta è che fra dieci giorni sullo scranno più importante del mondo (si fa per dire, noi sappiamo che da sempre anche i presidenti Usa prendono ordini da altre entità) siederà Trump, vale a dire la persona che negli ultimi dodici mesi ha rappresentato in modo plastico, più di chiunque altro, lo sberleffo alla filosofia piagnona del “politicamente corretto”. Anche se le premesse sono interessanti nessuno può dire come andrà a finire la sua presidenza, quindi non azzardo previsioni e mi limito a dargli un piccolo suggerimento: viaggiare sempre con auto blindate ed evitare le gite a Dallas… Comunque vada, però, il miliardario con il parrucchino platinato un risultato l’ha già ottenuto e nulla sarà più come prima: ha sbugiardato e si è fatto beffe della correttezza politica.

Bellezze finniche
La quale correttezza politica, se volessimo attribuirle un’identità quasi fisica, nei giorni scorsi ha tentato una rivincita nella lontana Finlandia, dove una ragazza di origine nigeriana, unica concorrente di pelle nera, è stata eletta Miss Helsinki. Il messaggio è chiaro: nel concorso in cui teoricamente si dovrebbe celebrare il modello di bellezza di una nazione nordica, si fa vincere a forza un’immigrata per mandare un segnale alla solita maggioranza silenziosa, razzista e xenofoba, che magari avrebbe votato per una fanciulla bionda e dalla pelle chiara. Ma siccome la correttezza politica è spesso ottusa, quale reginetta di bellezza di Helsinki non è stata scelta una modella stile Naomi Campbell, di fronte alla quale anche il più becero del Ku Klux Klan sarebbe stato costretto a chiudere la bocca, bensì una povera ragazza che a Lagos o Benin City non avrebbe vinto manco il concorso di Miss Condominio. Col risultato di farsi ridere dietro da mezzo mondo. Ed è giusto così, perché il politicamente corretto va sepolto da una risata.

Oltre la correttezza politica
In realtà, se fate attenzione, di segnali di insofferenza verso questa vera e propria dittatura del pensiero, in giro cominciano a vedersene parecchi. Non solo nel mondo politico, ma persino in quello di solito assai conformista del giornalismo, della cultura, delle arti. Pochi segnali in Italia, molti di più all’estero. Ed è per caso che mi sono imbattuto in una bellissima intervista del quotidiano El Mundo a uno scrittore che da noi, pur essendo tradotto e conosciuto, non è molto considerato dall’intelligentsia. Forse perché scrive splendidi thriller e appassionanti romanzi storici, invece di noiosi racconti sulle convulsioni ombelicali piccolo-borghesi, come fanno tanti autori italiani. Sto parlando dello spagnolo Arturo Perez Reverte, per oltre vent’anni giornalista e inviato di guerra e ora, da almeno un decennio, apprezzato romanziere, autore di colti best-seller come La tavola fiamminga, Il Club Dumas, Il maestro di scherma e del fortunato ciclo di “cappa espada” del Capitano Alatriste, portato sul grande schermo da Viggo Mortensen.

Apro una parentesi: in uno dei suoi primi libri, Territorio Comanche, che racconta le sue esperienze come inviato di guerra, Perez Reverte dedica alcune righe a un collega e amico che ci ha lasciato troppo presto, Antioco Lostia, cronista di “nera” al Giornale e poi a La Voce, inviato di guerra in Afghanistan e a Sarajevo, dove appunto conobbe lo scrittore spagnolo. Se il mare che tanto amava non ce lo avesse strappato anzitempo, Antioco sarebbe diventato uno dei migliori inviati internazionali italiani e, ne sono certo, l’avremmo letto anche sulle colonne di Barbadillo. Parentesi chiusa.

Uno scrittore scomodo
Perez Reverte si era già segnalato per alcune prese di posizione scomode e dichiarazioni controcorrente, ma nell’intervista dei giorni scorsi va giù ancor più duro. Sin dalla spiegazione del suo nuovo romanzo, Falcò, uscito in Spagna nelle scorse settimane, un noir avventuroso nel quale il protagonista, un duro violento, canagliesco e senza ideali che si muove nella guerra civile spagnola al soldo dei servizi segreti di Franco, deve liberare dal carcere Josè Antonio Primo de Rivera prima che i “rossi” lo fucilino. Un personaggio pieno di ombre, quindi, di quelli che piacciono a Perez Reverte (e a noi, aggiungerei):

«Da lontano è chiaro chi sono i cattivi: i franchisti, gli stalinisti, Hitler… – dice l’autore – Però da vicino, quando stai con la gente, le cose non sono così semplici. La guerra non è una scelta ideologica, è una tragedia. Alla fine c’è sempre un ragazzo di 18 anni che sta lì e per il quale una bandiera vale come un’altra: è più idealista un diciottenne falangista o un diciottenne comunista?».

E ancora:

«Ci sono nuove generazioni che non hanno fonti dirette e si fanno guidare da quattro tweet. Paradossalmente la loro visione è più manichea e parziale di 30 o 40 anni fa, quando i testimoni oculari erano vivi (…) Ho visto ragazzini dare lezioni di storia su Twitter a gente che ha fatto la guerra: viviamo in un mondo di facili etichette dove 140 caratteri sono più importanti di un libro».

Lo sguardo strabico
Per capire che tipo sia Perez Reverte, basti dire che alle accuse di “maschilismo” e “etnocentrismo” dei suoi libri replica così, a muso duro: «Una giornalista mi ha detto che Falcò è maschilista. Ragazzi, siamo negli anni Trenta! E lui è un tipo che uccide e tortura. Un tipo così rispetta le donne? Gli piacciono le belle donne, è un problema suo. E’ anche crudele, violento, senza scrupoli. Lui è così, non io. L’epoca era così. E’ molto pericoloso e persino stupido voler vedere le cose del passato con gli occhi del presente. Non si può giudicare Hernan Cortès con criteri da Ong del XXI secolo, sono mondi differenti. Non ho voluto portare lo sguardo di oggi agli anni Trenta, ma anzi portare il lettore a vedere il mondo di Falcò come lo vedeva lui. In caso contrario sarebbe anacronistico come mettere una femminista in un romanzo sulle Crociate. E’ ridicolo».

«L’Europa è finita»
Ecco un bel calcio in culo al politicamente corretto! A chi vorrebbe rimuovere certi episodi dai libri di storia, abbattere statue e monumenti alla stregua dei talebani in Afghanistan o censurare la Divina Commedia perché colloca Maometto all’inferno. Ma Perez Reverte (di cui a questo punto attendiamo con impazienza la traduzione in italiano del nuovo romanzo) non la manda a dire neppure parlando di attualità. Leggete che cosa dice a proposito del terrorismo islamico:

«Vincerà. Sconfiggeranno i jihadisti in Iraq e Siria, ma alla fine vinceranno, perché sono giovani, hanno fame, hanno un rancore storico accumulato e assolutamente comprensibile, hanno conti da regolare, sono disperati, hanno i coglioni e sono demograficamente forti. Al contrario l’Europa e l’Occidente sono vecchi, codardi, deboli e non hanno il coraggio di difendersi. Quando ci sono lupi e pecore non c’è dubbio su chi vincerà. Questo è il risultato della nostra passività, della nostra abitudine alle comodità, della nostra demagogia. Loro non hanno ostacoli. Come ha detto uno dei loro imam, “useremo la vostra democrazia per distruggere la vostra democrazia”. E’ tutto molto chiaro, l’Europa è vecchia e indifesa».

@barbadilloit

Di Giorgio Ballario

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>