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Addio a Giuseppe Giannola testimone delle atroci stragi Usa in Sicilia

Pubblicato il 7 dicembre 2016 da
Categorie : Cronache Cultura
Giuseppe Giannola

Giuseppe Giannola

Giuseppe Giannola se ne è andato con le sue cicatrici e la sua incredibile storia. Si è spento a Palermo, all’età di 99 anni, era l’ultimo testimone vivente delle atrocità compiute dalle truppe statunitensi nei giorni dello sbarco in Sicilia del 10 luglio del 1943. Ne dà notizia Il Sito di Palermo, con un articolo di Giampiero Cannella che qui riportiamo.

“Classe 1917, Giannola è stato un militare italiano che ha fatto fino in fondo il suo dovere, non per adesione ideologica ad un regime o ad un partito, ma per senso di appartenenza e del dovere. Aviere di stanza presso l’aeroporto militare di Santo Pietro (chiamato “Biscari” dai militari americani), nei pressi di Acate, a due passi da Caltagirone, era riuscito a sopravvivere rocambolescamente alla strage di 76 prigionieri compiuta dai soldati Alleati.

Da autista di mezzi della Regia aeronautica, in quei giorni cruciali immediatamente successivi allo sbarco Giuseppe Giannola era stato impiegato con i suoi commilitoni come fuciliere a difesa della pista d’atterraggio insieme ad alcuni militari tedeschi.  L’11 luglio, cattura due parà americani. In quelle stesse ore l’aeroporto subisce pesanti bombardamenti aerei in preparazione dell’offensiva finale delle truppe di terra. La sera del 13 luglio gli italiani si trovano trincerati nelle loro casematte pronti a fronteggiare l’avanzata statunitense.

I militari italiani e tedeschi della guarnigione non potevano conoscere le parole pronunciate qualche settimana prima dal generale George Smith Patton. Rivolto agli ufficiali della 45esima Divisione di fanteria  il celebre comandante statunitense aveva raccomandato:

“Se si arrendono quando tu sei a due-trecento metri da loro, non badare alle mani alzate. Mira tra la terza e la quarta costola, poi spara. Si fottano, nessun prigioniero! È finito il momento di giocare, è ora di uccidere! Io voglio una divisione di killer, perché i killer sono immortali!”.

Una affermazione contraria a qualsiasi norma del diritto bellico , che ebbe le sue tragiche conseguenze nell’operazione “Husky” e che purtroppo farà vittime anche tra i soldati nemici disarmati e con le braccia alzate in Normandia nel ’44.

Tornando alla vicenda di Giuseppe Giannola, dopo i bombardamenti gli eventi a Santo Pietro precipitano. L’aeroporto viene circondato, dopo una lunga e tenace resistenza, vista la preponderanza avversaria gli italiani si arrendono ed escono dalle loro postazioni sventolando la bandiera bianca. Ai prigionieri vengono tolti gli scarponi, le uniformi e gli oggetti di valore. Gli italiani e i tedeschi ubbidiscono sotto la minaccia delle armi, poi vengono divisi in due gruppi. E’ qui che si compie il primo atto della tragedia.

Una parte dei militari arresi, 38 uomini tra cui due tedeschi,  viene fatta camminare per alcune centinaia di metri, poi, nei pressi di  una radura viene allineata per ordine del capitano John Compton, comandante della Compagnia “A” del 180° Reggimento di fanteria Usa. E’ il primo massacro. Gli increduli militari inermii vengono abbattuti a fucilate, riescono a fuggire in tre, Virginio De Roit, Silvio Quaiotto ed Elio Bergamo. Su nascondono tra i cespugli che crescono spontaneamente sulle sponde del torrente Ficuzza, ma gli americani li cercano. Sparano sulla vegetazione ed utilizzano persino i lanciafiamme per tentare di scovare i tre fuggitivi. Gli italiani si tuffano nelle acque del fiumiciattolo, Bergamo viene ucciso da un preciso colpo di fucile alla testa, De Roit e Quaiotto ce la fanno. Raggiungono una casa di contadini che li ospiteranno e li terranno nascosti fino alla fine delle ostilità.

Giuseppe Giannola intanto, con un secondo gruppo di prigionieri viene condotto, incolonnato, verso le retrovie americane.  A comandare i sette soldati alleati che scortano gli italiani, ai quali si sono nel frattempo aggiunti altri 37 uomini tra i quali due tedeschi, è il sergente Horace West.  Dopo circa un chilometro di marcia sotto il sole cocente, il sottufficiale statunitense fa fermare la colonna e allineare i prigionieri su due file. Imbracciato il suo mitra Tompson il sergente West scarica il suo caricatore sui  militari inermi. Al centro della prima fila Giannola viene colpito al braccio destro, ha la prontezza di buttarsi subito per terra e viene sepolto dai cadaveri dei commilitoni. Resta immobile per ore, muto nonostante il dolore lancinante. Gli americano, infatti, restano a controllare che non ci siano superstiti e di tanto in tanto continuano a bersagliare i corpi dei caduti. L’aviere palermitano ha il polso fratturato dalla pallottola, dopo un paio d’ore di silenzio si rialza e prova ad allontanarsi, ma un americano lo vede, imbraccia il suo fucile Garand e spara. Lo colpisce alla testa, per fortuna di striscio, ma Giannola cade privo di sensi.

Ferito al polso e al capo, l’ italiano si risveglia dolorante, si alza ancora una volta e si trascina fino ai piedi di un albero. Lì incontra alcuni soldati alleati con la fascetta della croce rossa della sanità militare sul braccio. Dopo le prime rudimentali medicazioni gli viene detto di attendere l’arrivo di una ambulanza che lo avrebbe portato nelle retrovie. Ma al posto del mezzo di soccorso arriva una jeep. Giannola si alza in piedi, fa segno di fermarsi e chiede aiuto. Dal mezzo scendono due soldati americani, lo scrutano, gli chiedono se è italiano, l’aviere risponde di sì, la replica degli alleati è una fucilata sparata da pochi passi, a bruciapelo. La pallottola manca di poco il cuore, lo trapassa perforando il polmone. Gli americano se ne vanno convinti di averlo ucciso. Poco dopo l’ambulanza arriva davvero e finalmente Giuseppe Giannola viene curato e imbarcato su di una nave ospedale che lo porterà in Nord Africa.

Finita la guerra l’aviere sopravvissuto a tre fucilazioni inizia la sua battaglia per chiedere giustizia per i commilitoni uccisi dopo essersi arresi. Soltanto nel 2004 la sua vicenda entra nelle carte processuali di una inchiesta analoga aperta dalla Procura di Padova su sollecitazione di un altro sopravvissuto alle stragi americane in Sicilia.

Poi il riconoscimento ufficiale del Paese per il quale aveva combattuto e rischiato tutto. Nel settembre 2009 viene ricevuto dal generale Mosca Moschini, consigliere militare dell’allora Capo dello Stato Giorgio Napolitano. Nel giugno 2012, ultranovantenne, viene insignito dell’onorificenza di ufficiale della Repubblica Italiana. Tre giorni fa, a 99 anni,  si è spento serenamente  nella sua Palermo”.

@barbadilloit

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