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Storie di crisi. Si dà fuoco per “salvare” casa: ecco l’Italia dell’emergenza abitativa

Pubblicato il 15 maggio 2013 da Andrea Sessa
Categorie : Cronache

dirittoallacasaA vedere quella casa di Vittoria, estremo Sud di un sud umile e lavoratore, non ci si crede. Una casa senza intonaco, come ce ne sono tantissime in queste vie malandate e polverose, fatta di mattoni forati, o come si chiamano qui di “tabbie” e un garage alto per far entrare un piccolo camioncino. Era questo il tetto del signor Guarascio, 64 anni, della moglie e delle due figlie. Un tetto difeso strenuamente, difeso da una banca che glielo ha tolto per un debito di 10mila euro e da chi l’ha acquistato all’asta per 26mila euro. Ieri, nei momenti concitati del procedimento esecutivo, il signor Guarascio, che da muratore aveva sigillato l’ingresso, si è dato fuoco e nell’estremo gesto sono rimasti coinvolti due agenti di polizia in modo abbastanza serio. Una tragedia della disperazione. Un’altra pagina nera di questo infinito romanzo della crisi.

E se consideriamo due aspetti potremmo avere utili riflessioni in merito. Il primo riguarda la proprietà della casa: la maggior parte dei problemi deriva proprio dalla necessità di avere un tetto sopra la testa. Storicamente l’italiano, che da tradizione è un piccolo risparmiatore, ha sempre cercato di avere una casa di proprietà. In tempi di crisi acquistare o costruire una casa è impensabile. L’edilizia popolare latita: pochissimi posti per una domanda di abitazioni elevatissima e molto spesso i quartieri popolari si trasformano in veri e propri ghetti.

Proposte? Dal “palazzo” poco o nulla: l’emergenza abitativa non passa nell’agenda del premier Letta e del governissimo Pd – Pdl.Eppure una risposta ci sarebbe: il “mutuo sociale”, la battaglia che da anni porta avanti CasaPound per fare in modo che il tanto vituperato “diritto alla casa” torni ad essere di moda.  In che cosa consiste? Il disegno di legge prevede, in breve, la creazione di un ente regionale che costruisca case e quartieri a misura d’uomo attraverso fondi pubblici. Essi verranno poi venduti, a prezzo di costo, alle famiglie più disagiate con la formula di un mutuo particolare: ossia un mutuo senza interessi, con una rata ad hoc che non superi di 1/5 le entrate della famiglia. Così facendo è lo Stato che interviene direttamente nell’annosa questione della casa, senza il coinvolgimento delle banche e senza  bisogno di accendere il classico mutuo, il quale si rivela sempre più una spada di Damocle sulla testa di migliaia di famiglie italiane.

Ma la responsabilità, anche etica se si vuole, è anche delle banche. Sino a cinque anni fa si riusciva ad accendere un mutuo avendo a disposizione anche solo il 15% del capitale necessario all’acquisto e dimostrando di avere un reddito mensile tre volte superiore alla rata. Oggi, per la maggior parte dei casi, ci vuole il 40% dell’intera somma e un reddito almeno quattro volte la rata.

A contribuire a deprimere ancora di più le aspettative di una giovane coppia precaria, che di per sé di aspettative ne ha ben poche, c’è stata l’introduzione dell’Imu. Una tassa percepita in maniera iniqua e che è andata a colpire quello che dovrebbe essere il bene materiale per eccellenza: la casa. Sarebbe adesso il caso di rivedere le priorità del governo, anche se sembra che all’interno dell’abazia scelta per “fare spogliatoio” si sia preferito parlare d’altro: a partire dalla presenza o meno dei ministri alle manifestazioni…

Di Andrea Sessa

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