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Fenech e i set anni 70: quei film, una sofferenza

Pubblicato il 6 gennaio 2012 da
Categorie : Personaggi Scritti

ROMA – È abituata da anni a stare nelle retrovie, per far quadrare i conti come produttrice. Stavolta si rimette in gioco in prima persona, in un ruolo non da protagonista, però molto significativo. Edwige Fenech torna a recitare ne «La figlia del capitano», nei panni della zarina Caterina II di Russia. La miniserie in due puntate, coprodotta da Rai Fiction e da Immagine e Cinema della stessa Fenech, va in onda su Raiuno il 9 e 10 gennaio con Vanessa Hessler e Primo Reggiani protagonisti, per la regia di Giacomo Campiotti.

A parte un cameo, cinque anni fa, nel film di Quentin Tarantino «Hostel: Part II», è la prima volta che esce dall’ombra. Perché? 
«Tante volte mi è stato suggerito, ma non volevo tornare sullo schermo come attrice. Quando ho letto la sceneggiatura di questo progetto, non pensavo di esserne un’interprete, ma quando mi sono imbattuta nel personaggio dell’imperatrice, mi sono detta: vorrei proprio farlo. Sarà per vanità? Mi sono fatta un regalo».

La storia è ispirata al celebre romanzo di Puskin: sullo sfondo delle sommosse di cosacchi e contadini nella Russia del Settecento, l’amore contrastato tra la giovane Mascia e il bell’ufficiale degli ussari Pjotr. E la zarina?
«Era una donna eccezionale nel bene e nel male, crudele e spietata con i nemici».

Lei, però, ha iniziato la sua carriera di produttrice vent’anni fa, essendo anche la protagonista delle sue fiction.
«Sì, ma poi ho fatto largo ai giovani. Vanessa Hessler la conosco da quando aveva 15 anni, ha debuttato con me… così ho fatto con altre attrici. Io preferisco stare dietro le quinte. Perché dovete credermi: sono afflitta da una timidezza che rasenta quasi la psicosi. Non amo apparire, ho fatto tanto cinema, eppure non mi sono mai sentita una diva. Il mio vero problema è che non mi sono mai presa sul serio».

Eppure non ha mai rinnegato i suoi trascorsi di attrice.«Ci sono film che non rifarei – è sincera – ma è troppo facile dire oggi quello che non avrei dovuto fare allora. Avevo seri problemi, ero una cosiddetta ragazza madre, dovevo portare avanti la famiglia, mio figlio Edwin di cui sono orgogliosa. Mi dicevano: se continui a fare film di serie C, non ti chiameranno mai per fare quelli di serie A. Invece, mi hanno chiamato attori come Tognazzi, Sordi… ho lavorato con attrici come la Vitti, che per me erano dei miti. Per non parlare del teatro, dove ho lavorato con autori come Giuseppe Patroni Griffi».

La cosa più cattiva che le hanno detto? 
«Quando rimasi incinta, mi fecero capire che non ci sarebbe stato avvenire per me, né per mio figlio. E poi certe battute mi facevano male dentro: quando sentivo chiamarmi “quel gran pezzo…” oppure “Giovannona coscia lunga” avvampavo. I titoli non li sceglievo mica io, ma ne venivo come marchiata a fuoco e non era piacevole: un karma da scontare. Adesso me ne infischio».

Per questo ha deciso di passare dall’altra parte della barricata? 
«Dopo tanta gavetta, un’evoluzione naturale della mia carriera».

Un mestiere più maschile che femminile, quello del produttore . «Per noi donne è tutto più difficile, ma non credo che per gli uomini sia più facile. È un continuo combattimento di boxe». Contro chi combatte?
«Con i conti prima di tutto, per far quadrare il budget, e con chi non mantiene la parola, con il menefreghismo, la mancanza di rispetto».

A chi allude?
«A certi registi che fanno sballare i tempi di riprese. Di solito si dice che gli attori siano capricciosi, invece no. Ho avuto attori del calibro di Al Pacino (nel film «Mercante di Venezia» ndr ): un grande professionista. Aspettava ore e ore sul set senza battere ciglio, anche quando non era il suo ciak, non guardava mai l’orologio ed era sempre l’ultimo ad andarsene».

Adesso, poi, con la crisi, far quadrare i conti è più complicato .
«Come si dice qui in Italia? Fare le nozze coi fichi secchi. È quello che cerco di fare sempre, non è una novità».

Più soddisfazione a produrre cinema o fiction?
«È una differenza che si fa solo qui in Italia. In America, grandi attori o registi da Oscar fanno l’uno e l’altra indifferentemente. E come produttore, l’ansia è identica».

Il teatro lo ha definitivamente archiviato? 
«Una scuola eccezionale, soprattutto per la mia timidezza: a ogni replica, dimagrivo. Ma è una vita da zingari, sempre in giro, nei posti più impensati. E poi fai tardi la sera, mangi male nei ristoranti… io adoro svegliarmi presto la mattina, mangiare sano… ».

È per questo che, sex symbol degli anni Settanta, si mantiene così bene? 
«Per favore basta con questo sex symbol: ho fatto di tutto per allontanarmi da quell’immagine, che mi rappresentava solo per ciò che apparivo e non per quello che ero».

L’età che passa non la spaventa?
«Non sono rifatta. Non ho nulla contro la chirurgia plastica, per chi ne sente psicologicamente il bisogno. Ma certo non mi piacciono gli abusi: certe bocche a canotto o gli zigomi come palle da ping pong, sono un orrore. Per quanto mi riguarda ho una fortuna».

Quale? 
«Sono nata il 24 dicembre, una data in cui si festeggia un evento ben più importante, che ha sempre messo in secondo piano il mio compleanno. Così, quando arriva quella data fatidica, posso dire: che bello… domani è Natale!».

Emilia Costantini

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