0

Libri. “Viandanza. Il cammino come educazione sentimentale” di Luigi Nacci

Pubblicato il 16 Giugno 2016 da Gianfranco Franchi
Categorie : Libri

viandanza_copertina_libro[1]Per mettersi sulla via, diceva Bruce Chatwin, ci si deve prima fare via. Luigi Nacci insegna che devi proprio starci, sulla via, “con la carne divelta e le pulsioni incontrollabili, detestandola e non potendo farne a meno”. E come già due anni fa, nel memorabile anfibio “Alzati e cammina. Sulla strada della viandanza” (Ediciclo, 2014), nel suo nuovissimo “Viandanza. Il cammino come educazione sentimentale” (Laterza, 2016; pp. 148, euro 14) il poeta Luigi Nacci ha deciso di restituirci tutto quel che ha insegnato nel corso dei suoi anni di cammino: di cammino, di ricerca, di lettura, di scrittura, di vita. Il risultato è un distillato di conoscenza, umanità e umiltà profonda, sintesi esatta di un’anima e di un movimento di utopisti, di uomini e donne antichissimi. Strutturato in otto capitoli dai titoli evocativi, rappresentativi dell’itinerario psichico del viandante Nacci, nel tempo (“Paura”, “Stupore”, “Spaesamento”, “Nostalgia”, “Disillusione”, “Allegria”, “Arroganza”, “Umiltà”), puntinato da notevoli reminiscenze letterarie e filosofiche, progressivamente restituite nei riferimenti bibliografici in appendice, “Viandanza” è un libro degno di profondo rispetto e ripetuta e differita lettura.

È un libro da meditazione e da consultazione. È il libro gemello di “Alzati e cammina”, espressione di una compiuta e definita personalità autoriale, e in futuro, tra qualche anno, dovrà essere pubblicato assieme al primogenito, e al terzogenito che verrà, in un solo volume, pretendendo di diventare un piccolo oggetto di culto. Abbiamo avuto la fortuna di salutare l’artista nella presentazione dedicata da Nacci e da Laterza alla nostra amata Trieste, nella più bella libreria della città, la Minerva di via san Nicolò; il poeta Nacci ha parlato della sua opera e della sua ricerca a una sala gremita, almeno cento spettatori, commosso e coinvolto dalla partecipazione all’evento di viandanti e camminatori e lettori provenienti dalla Lombardia, o dal Veneto. Già due anni fa, sempre alla Minerva, introdotto dall’entusiasmo e dalla competenza di Rumiz, Nacci s’era trovato in un contesto simile, con tanto di persone costrette a rimanere fuori dalla libreria, per mancanza di spazio. Segno di una coerenza e di una continuità indiscutibili, e di un riconoscimento popolare degno di nota. Terminata la presentazione, dopo una buona coda di firmacopie, Nacci ha guidato amici, conoscenti e lettori fino al vecchio Molo San Carlo e là abbiamo spezzato il pane e condiviso un rebechin serotino fatto di olive, grissini, formaggio, rustici, vino rosso e vino bianco.

Attorno all’artista stavano i suoi Rolling Claps, gruppo di camminatori fondato da Nacci per riscoprire le antiche vie, e stavano entusiasti uomini e donne della Compagnia dei Cammini; tra i Rolling Claps si riconoscevano artisti triestini già protagonisti del gruppo letterario degli Ammutinati, capeggiato vent’anni fa dal giovanissimo Nacci: come Furio Pillan, come Matteo Danieli. Si parlava con semplicità e allegria di vecchie camminate e di letture condivise; ci si è ritrovati a festeggiare la pubblicazione di un libro Laterza del più talentuoso scrittore triestino della nuova generazione. È stato giusto, è stato proprio bello.

Un passo indietro, adesso, torniamo al libro. Se “viandanza” era la parola luminosa al centro della ricerca del poeta nel suo primo libro, stavolta io dico che la parola luminosa è un’altra: “compagnanza”. Sentite qua: ascoltate bene, perché in queste parole c’è lo stato d’animo dei camminatori dell’epoca nostra, degli antichi viandanti restituiti alla viandanza. “Compagnanza è l’unione di compagnia e viandanza: un gruppo di persone che spezzano il pane mentre danzano sulla via, e poi è una parola buffa, che fa sorridere, che mette allegria. Non è un’allegra compagnia, perché l’allegria era un perno insostituibile del vostro stare insieme, non c’era bisogno di sottolinearlo aggiungendo un aggettivo. Voi, insieme, eravate allegri o non eravate. Si è mai visto un soldato andare allegro all’assalto? O una sentinella allegra?

Dove c’è allegria tutto è prossimo: gli allegri non sono mai distanti tra di loro, non sono diffidenti, non hanno codici che oppongono gli uni agli altri, perché l’allegria abbatte ogni cosa”. Così scrive Nacci, coniando una parola nuova, e durante l’evento ho domandato se “compagnanza” potesse essere il titolo del prossimo libro dedicato alla viandanza; chissà, magari sbaglio: nel frattempo però mi è proprio sembrato che questa parola nuova avesse un sapore e una freschezza eccezionali, e degne di condivisione. “Fai il cammino come se facessi la rivoluzione”, si legge nel libro: così deve essere, con questa allegria. Nel cammino tutto cambia all’ennesima potenza, insegna il poeta triestino. Il viandante trascende le categorie, esige libertà, è una forma nuova, impura.

È come gli uomini del “tempo antico” di Chatwin. Vive: vive dopo aver scacciato le sue paure, dopo aver sospeso la sua vita ordinaria – stavo per dire la sua quotidianità. E perde le cose come fosse un’arte, come insegnava Elizabeth Bishop. Chi cammina è resiliente, è fragile e potentissimo, scrive Nacci. È uno che ricerca il conforto, non il comfort. “Comfort è una parola che viene dal latino, significa rafforzare, alleviare le pene e la fatica. Il conforto per secoli è stato dato agli ammalati, ai moribondi, agli afflitti, ai disperati, a coloro che avevano perso una persona amata. Tu quello cercavi. Nella tua vita al di là delle montagne avevi il comfort, non il conforto. Avevi non il benessere, ma il benavere”. Limpido, e salutare concetto.

“Viandanza” è stato pubblicato da Laterza nella collana “I Robinson”, con una copertina di Riccardo Falcinelli, illustrata da Agostino Iacurci; contiene una mappa dei principali cammini europei, divertente e chiassosa, e una fondamentale nota autoriale, nel prologo. Nacci osserva che rispetto al suo “Alzati e cammina” in questo libro non ha potuto alternare voci maschili e femminili, per rispetto alla poetica della collana di saggistica di Laterza. Tuttavia ha sentito di rimarcare che il viandante è un genere che ancora non esiste, “quello che Raimon Panikkar chiama sapientemente ‘utrum’ (l’uno e l’altro)”, e più avanti ha spiegato che questo libro era stato scritto pensando di avvicinarsi a quell’utrum che la nostra lingua non possiede.

Per questa ragione, l’artista ha domandato al lettore lo sforzo di dimenticarsi del genere, di non concentrarsi sull’apparente mascolinità, “in attesa che l’utrum, in un futuro speriamo non troppo lontano, riesca a fare breccia nel nostro sistema grammaticale, di soppiatto, per poi mantenersi a lungo sulle punte delle nostre lingue. In bilico sulle punte, ovvero nell’unica posizione possibile”. Questa è un’altra parte fondante dell’educazione sentimentale del poeta della viandanza, e non si poteva non rimarcarla. È un coinvolgimento più radicale del lettore nell’esperienza estetica, una richiesta di partecipazione attiva e di traduzione del testo. Non ne ricordo nelle patrie lettere, almeno non negli ultimi venti anni di pubblicazioni letterarie degne di memoria: la tentazione è di chiamare questa nota un hapax, e di segnalarlo ai filologi e ai critici letterari per la sua particolarità. Sfoglierete questo numero del “Ponte rosso” nel momento in cui Luigi Nacci avrà cominciato il suo tour per lo stivale, protagonista di una serie di presentazioni e di eventi dedicati alla “Viandanza”, da ogni punto di vista. ù

È una ragione di orgoglio per Trieste e per il territorio, in genere; si sta facendo largo una personalità autoriale cristallina e compiuta, con idee estetiche e politiche chiare e trasparenti, e una clamorosa voglia di vivere e di cambiare ciò che non va nella nostra società, e nel nostro tempo. Restituendoci alla nostra essenza: restituendoci umanità. Restituendoci al cammino. Alla polvere che eravamo, siamo e saremo, e al buon bicchiere che tra una polvere e l’altra certamente male non fa. Non mancheremo la strada. Avanti sempre. (da “Il Ponte rosso” numero 10)

@barbadilloit

Di Gianfranco Franchi

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *