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Focus. La Farnesina al lavoro per riportare in Italia Domenico Quirico inviato “vecchio stile”

Pubblicato il 30 aprile 2013 da Giorgio Ballario
Categorie : Esteri

quiricoNon è la prima volta che Domenico Quirico non dà più notizie di sé in occasione di un reportage in un Paese in guerra. Però è la prima volta che trascorre così tanto tempo dalla sua ultima comunicazione al giornale o alla famiglia. Ed è per questo che nella redazione de La Stampa si percepisce un clima palpabile di preoccupazione.

All’inizio nessuno si è allarmato. Perché Quirico, 62 anni, astigiano, alla Stampa da una vita, è come si suol dire un inviato “vecchio stile”. Se va in un territorio di guerra non lo fa embedded, cioè aggregato a una o all’altra delle fazioni in lotta. E tanto meno appartiene alla nutrita schiera di inviati da hotel a cinque stelle, che quando girano per il mondo si preoccupano soprattutto di avere un albergo con piscina e aria condizionata, la scorta armata, il barman che sappia fare un gin tonic almeno decente.

Domenico di solito si muove da solo. Senza scorta, senza fotografo né cameraman. Vecchio stile, abbiamo detto. Per lui il giornalismo è ancora una cosa molto semplice: se vuoi raccontare una guerra, una rivoluzione, una carestia, l’unico modo serio per farlo è andare sul posto, guardare con i propri occhi, parlare con i protagonisti e le vittime e poi scrivere. Senza condizionamenti, senza smanie di scoop, senza paranoie di mostrare immagini scioccanti ed esclusive. Però cercando di capire le ragioni e le emozioni di chi si sta giocando la vita sotto un bombardamento.

Per rimanere fedele a questo stile di giornalismo, Domenico Quirico (che è stato anche a lungo caposervizio del settore Esteri e corrispondente da Parigi) viaggia quasi in incognito, senza gli sfarzi e gli esibizionismi di tanti altri inviati di guerra. Trova in loco accompagnatori fidati, magari frutto di settimane e settimane di precedenti trattative; si sposta in modo poco vistoso, spesso indossando i panni della gente del luogo. Così ha fatto di recente per documentare il conflitto in Mali, per scrivere reportage sulle “primavere arabe”, per raccontare il fenomeno drammatico dell’immigrazione clandestina sui barconi che dalla Tunisia fanno rotta verso Lampedusa.

Due anni fa per poco ci lasciava la pelle: per documentare al meglio la traversata si era imbarcato da Djerba su un guscio di noce diretto in Sicilia, che a metà percorso aveva fatto naufragio. Domenico aveva rischiato di finire in fondo al mare, come gli altri clandestini, ed era stato salvato da un’imbarcazione della nostra capitaneria di porto. Quando aveva spiegato che era anche lui italiano, i marinai non volevano crederci.

Quirico ha rischiato la vita anche in Libia, in occasione della rivolta anti-Gheddafi. In quel caso non era solo: viaggiava a bordo di un fuoristrada con i colleghi Elisabetta Rosaspina e Giuseppe Sarcina del Corriere della Sera, e  Claudio Monici di Avvenire. Il loro autista libico venne ucciso da un gruppo armato e i giornalisti italiani furono sequestrati per alcuni giorni. Poi tutto si risolse per il meglio e Domenico potè scrivere uno dei suoi pezzi più belli, sul rapporto che si era instaurato con uno dei suoi giovani carcerieri che alla fine l’aveva aiutato a scappare.

Ma Domenico Quirico non è soltanto un inviato con i fiocchi, con grandi competenze professionali sull’Africa e il Medio Oriente. E’ anche uno studioso serio e documentato, appassionato di storia militare e di storia del colonialismo italiano. Negli ultimi anni ha pubblicato Squadrone bianco. Storia delle truppe coloniali italiane (2003, Mondadori); Generali. Controstoria dei vertici militari che fecero e disfecero l’Italia (2007, Mondadori); Naja. Storia del servizio di leva in Italia (2008, Mondadori) e più di recente Primavera araba. Le rivoluzioni dall’altra parte del mare (2011, Bollati Boringhieri).

Un piccolo aneddoto personale, anche per capire meglio la serietà e l’umiltà del personaggio. Anni fa mi accingevo a pubblicare il mio primo romanzo, Morire è un attimo, ambientato appunto nelle colonie italiane in Africa, negli anni Trenta. Chiesi a Domenico Quirico, all’epoca corrispondente da Parigi, se avesse voglia di leggere il testo e di buttar giù due righe di prefazione, vista la sua grande competenza sull’argomento. Lo fece volentieri, senza farsi pregare né facendo cadere dall’alto la sua disponibilità. In pochi giorni lesse il romanzo, mi corresse un paio di inesattezze storiche e scrisse una prefazione, breve ma profonda, sul fenomeno del colonialismo italiano. Poi mi fece i complimenti e disse una frase di questo tipo: “Bravo, io non sarei mai in grado di scrivere un romanzo. Purtroppo mi mancano il passo e lo stile, io sono per i saggi”.

Domenico è entrato clandestinamente in Siria lo scorso 6 aprile e da venti giorni non dà più notizie di sé. Nel Paese martoriato dalla guerra civile era già stato altre volte, ora cercava di raggiungere la zona di Homs, e successivamente di Aleppo, per documentare il conflitto. La Farnesina lavora sotterraneamente da settimane per attivare canali diplomatici in Siria e il neo-ministro degli Esteri Emma Bonino si è attivata personalmente per seguire l’evolversi della situazione. Speriamo riescano a riportare a casa Domenico al più presto.

Di Giorgio Ballario

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