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Scenari. Se la “generazione jobless” non ha più (nemmeno) un Nord dove emigrare

Pubblicato il 30 aprile 2013 da Andrea Sessa
Categorie : Cronache

cercare-lavoroAppunti per il nuovo governo Letta: non dimenticare la parola “disperazione”. È questo il motivo che più spesso echeggia dal nefasto 2008 della crisi. Una crisi finanziaria, economica, ma anche di valori e di progetti che non conosce quasi più differenze geografiche. Per capire il Nord, ad esempio, questa volta partiamo dall’estremo Sud. Precisamente da Ragusa, che sta, secondo la linea dell’equatore, più a sud di Tunisi e dove questa crisi ha formato un esercito, sempre più vasto e indicativo della “generazione jobless”.

Un tempo, da queste parti, l’antico adagio recitava “cu nesci arrinesci”: chi esce fuori, dalla Sicilia, riesce. Il “continente”, per i siciliani separati a volte culturalmente e antropologicamente dall’Italia, era l’opportunità, l’evasione da un ambiente contaminato e ristagnante. E così le città come Vittoria, 60mila abitanti e una pianura fertile e piena di serre, si svuotano sempre più di giovani. La laurea, specialmente qui, prima di essere un titolo accademico con valore legale, ha un grande valore per l’occhio sociale. Il “laureato” dà alla propria famiglia un’altra tacca di onore e moralità in più. Il “laureato” si sfoggia con orgoglio e vanto al bar, alla società, durante le feste comandate.

Prima si partiva per il Nord, per studiare e per non tornare più. I figli laureati e sistemati erano la gioia dei padri. Adesso è diverso, adesso il laureato arranca, non trova lavoro ed è costretto a ritornare a casa. Chiara ha 26 anni, un cursus honorum di studi invidiabile: partita nel 2005 da Vittoria per Padova si è laureata nel 2010 in Psicologia a pieni voti. La sua grande passione sono i bambini e subito dopo la laurea si è iscritta in un master a Venezia. Dopo altri due anni di studi, rimasta nella città veneta, ha iniziato a cercare lavoro. Inutilmente. Nessun progetto sociale, cooperative che non pagano, lavoro quasi gratis e poche prospettive.

Non si è data per vinta e, con la testardaggine contadina tipica della sua terra d’origine, ha continuato a cercare mantenendo l’affitto e le spese che una stanza a Padova comportano. Dopo alcuni mesi però, nonostante facesse la baby sitter, non si è mosso nulla e Chiara ha rifatto le valigie per tornare a casa. Una nuova emigrazione al contrario. «Considerando tutte le spese – ci racconta la ragazza – non riuscivo a coprirle con il solo lavoro di baby sitter e in più non riuscivo a trovare nulla nel mio settore che potesse garantirmi una minima sicurezza economica. Ho investito molto nello studio e nella preparazione, convinta che avrebbe dato i suoi frutti. Poi mi sono detta che era meglio tornare a casa, anche se dopo diversi anni è dura ritornare dai propri genitori e dipendere completamente da essi». Adesso Chiara collabora con un asilo la mattina e il pomeriggio fa lezioni private. I sogni di futuro restano ancora vivi, ma sono costretti a fronteggiare una realtà agra.

C’è invece chi cerca di cambiare completamente settore pur di non stare ad aspettare l’occasione della vita. Giovanni ha 28 anni, si è laureato in soli cinque anni in Giurisprudenza e poi ha iniziato il percorso per divenire avvocato. Un mercato del lavoro sempre più affollato e una domanda sempre minore lo hanno portato a cambiare i suoi progetti. Dopo esser stato “sfruttato” dal solito studio affermato di avvocati ed esser diventato anche consulente del lavoro ha aperto in proprio un negozio, grazie all’aiuto dei genitori, di articoli per l’agricoltura. «Ho provato la gavetta e anche diversi concorsi – spiega Giovanni – ma i posti erano sempre pochissimi e il numero dei candidati molto elevato. Quindi ho deciso di costruire da solo il mio futuro investendo in un’attività. Però spero ancora di poter sfruttare i miei anni di studio».

Di Andrea Sessa

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