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Anniversari (1983-2013). Swatch quando la storia del pop la fanno gli orologi

Pubblicato il 24 aprile 2013 da Ivo Germano
Categorie : Cultura

Corto-SwatchQuando uscì costava cinquantamila lire. Il quadrante era trasparente e consentiva la visione degli ingranaggi, le lancette rosse segnavano le ore, i minuti quelle blu, gialle i secondi. L’articolo si chiamava “Original Jelly Fish”. In nome di un coup de foudre. Un trentennio con la stessa missione: essere l’orologio di plastica Swatch. Con un’avvertenza, lo Swatch ha fondato un mondo policromo, high-tech, divertente e sorridente, costituendo il colpo d’occhio supremo degli anni Ottanta, dove swatch e walkman, skateboard e videogiochi segnarono il transito da un’idea protocollare di cultura, ad una declinazione disinvolta e sbarazzina. Swatch indica, ancora oggi, l’apice di un decennio sperimentale, similmente a quanto fece in Rai, 1981, Mister Fantasy e il suo conduttore di bianco vestito errabondo fra musica elettronica e videoimmagine. Veloce e seduttiva, come il testo di Pensiero stupendo di Patty Pravo, dalla Svizzera, durante un trentennio, gli orologi anticipano gusto e necessità. Coprendo il lato spettacolare della merce, facendo confluire estetica e bellezza, oltre ogni blocco mentale e filtro ideologico, come l’atmosfera di un Weekend Postmoderno, per citare il meraviglioso affresco degli anni Ottanta di Pier Vittorio Tondelli. Inseguendo le lancette di un prodotto, ideato a Zurigo, da Nicolas Hayek Sr e Jr, presentato il primo marzo del 1983. Di scarso successo negli States, ma tre anni dopo fenomenologia perfetta dell’aria del tempo in Italia. Sembra una storia da Pupi Avati de Il regalo di Natale. Nel 1989 la scelta del dono natalizio per i collaboratori cade proprio su 13 orologi Swatch: belli, dinamici, innovativi. Poi, un catalogo per rivenditori compì il lavoro, per certi versi, assecondandone vocazione e incantamento. Gli anni si prestavano alla fiaba di una cultura materiale che nella “S” che significava second e “watch” non si riferiva alla Svizzera, come erroneamente si credeva, ma alla ribellione giocosa alla “dittatura del tempo” ideologico e polveroso.

haringRari, preziosi, raggiunsero la maturità industriale e performativa negli anni Novanta con la serie Chrono e Scuba, di cui circolava un succedaneo, regalato in omaggi dai fustini di detersivo Dash. Di corsa e in corsa con il tempo, però, ad “arte”. Celebrati alle Olimpiadi di Atlanta’96, oppure, nelle serie, dedicate a Via Della Spiga e Place Vendome. Recentissimo il duplice modello dedicato all’anniversario di Corto Maltese e al suo disegnatore Hugo Pratt. Ancor più, se firmati da artisti come uno dei Kiki Picasso, pseudonimo di Christian Chapiron, il diavoletto di Mimmo Palladino e i graffiti di Keith Hering che, per esempio, stipularono una relazione creativa non tanto con un oggetto, ma con una mentalità e attitudine al bello. Diffusiva e rilassante, da condividere visibilmente e materialmente. Con brio, senza supponenza pacchiana, diretta conseguenza di una tecnologica armonica e convinta. Cadenzata sulle stagioni, autunno-primavera e inverno-estate, possedeva il surplus, non tanto il must di essere alla portata di tutti. I più ligi e zelanti ne indossavano due per polso: working class, due sul sinistro; ceti affluenti e yuppie in scalata, su quello destro. Prudenti, avveduti e sparagnini s’avvalevano degli elastici l’uno incrociato all’altro, in funzione “antigraffio” e “urto”, si sa mai che si rovinasse.

Tutto cambiava, al pari delle passerelle di moda, ma garantendo spessore e qualità concorrenziali alle fabbriche giapponesi: quarzo+produzione di massa, ma con tanta creatività, al tempo stesso, facendo slittare la pubblicità commerciale nel marketing. Un fare “pratico”, cioè experience e non una semplice meccanica d’acquisto, dotato di quadrante tradizionale, capace come la colonna sonora di un noto spot di regalare un soffio alle cose. Proprio Breathe, cantata dall’ex leader new romantic degli “UltraVox” Midge Ure cadenzava la domanda semplice, quanto incontrovertibile: “Quanto è lungo un minuto Swatch?” Mettendolo al polso, infatti, capirebbero che per colpa o per merito del polymethilmetacrylene al posto del vetro, per spaccare il secondo e scandire le ore e i minuti dal ripostiglio della cronaca sono diventati storia. Meglio: hanno fatto storia.

Di Ivo Germano

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