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Cultura. “La virtù dell’Elefante” è Weltanschauung mistica. Isotta tra i classici

Pubblicato il 10 febbraio 2016 da Giovanni Vasso
Categorie : Libri
Paolo Isotta

Paolo Isotta

“Adesso la maschera è caduta e rivelazione di me stesso più bella non poteva essere fatta: io, e questo libro, offendiamo la Cultura”. 

Che San Gennaro ce lo conservi così, per almeno altri cento anni. Basta un pugno di parole per mettere kappaò le fisime sbronze che da decenni ammorbano la sedicente intelligencjia italiana. E bastano scarse seicento pagine per sperare che, un giorno, Paolo Isotta sarà tra i classici a spernacchiare la boria insopportabile dei sapientoni che gigioneggiano negli agguerritissimi salotti dei ciucci presuntuosi.

Con colpevolissimo ritardo, a un anno e mezzo dalla sua uscita per la collana delle Testimonianza di Marsilio, mi sono tolto quello che lì per lì m’era sembrato lo sfizio di farmi regalare “La Virtù dell’Elefante”. Un bel tomo, che in sottopancia al titolo promette un racconto cattolico, nel senso etimologico del termine. Kata-olos sta per universale e Isotta raggiunge l’impresa di abbracciare tutto il mondo perchè nel libro ha trasfuso qualcosa che, da decenni forse, la letteratura aveva costantemente negletto. La Virtù dell’Elefante di Isotta “culices non timet”, non può aver terrore o fastidio delle zanzare dei buoni sentimenti, degli studioli carini, delle buone frequentazioni gramsciste, perchè indossa e ostenta la corazza impenetrabile e coraggiosa di una Weltanschauung tradizionale. Cosa che in questi tempi disgraziatissimi assume la valenza di un’originalissima e coerente visione della vita, dell’uomo e del mondo.

Isotta è cosmopolita nel senso vero del termine. Cittadino del mondo che del mondo non ha alcun timore reverenziale. Sarà perchè lui davvero appartiene, più che tanti altri suoi indegni corifei, a Napoli. Ne è innamorato erede, è figlio devoto di Virgilio (che lì riposa) e degli Scarlatti, ha dentro sè il retaggio autentico della Magna Grecia, della romanità, porta con sè i secoli di storia che Napoli passò quale capitale del Mediterraneo. Ha radici piemontesi e mitteleuropee ma Partenope che tutto ingloba e vive in sè, ne ha fatto il prediletto tra i suoi figli. Sembra di ritrovare, in lui, la figura principesca, raffinatissima e umana-troppo-umana del cardinale Taddeo Reda di Giugliano, protagonista de “L’Ultima del Diavolo”, il romanzo musulmano di Pietrangelo Buttafuoco.

E sarà forse per questo, un’esistenza trascorsa tanto vicino al concetto di umanità, che Isotta ha l’oneroso privilegio di esser protetto direttamente da San Gennaro.

isottaVIRTUcover-e1425476519147Con squisita prosa, musicalissima, fa parlare mille voci nella sua. Qui l’eterno imbronciato Riccardo Muti finalmente sorride, qui la guardacessi del cinema prega e indica i cubicula “liberi” ai marchettari, qui Dante e Petrarca se la fanno con Wagner e Totò. Però, qui, balbettano e incespicano gli stolti e fanno figurelle da tre soldi. Paolo Isotta non è doce ‘e sale, come direbbero nella sua amatissima Urheimait. Ne escono scassati in tanti, insieme alle loro liturgie mondane, ai tic modernisti e alla loro sostanziale ignoranza. Ci va giù  durissimo, Isotta, contro i monopolisti salottieri della cultura, anzi della Cultura. Sotto un telo di verbosissime chiacchiere ideologiche, il Maestro (che rifiuta con Muti e gli altri di esser chiamato così, con un titolo svalutatissimo dalla vanagloria contemporanea di chiunque agiti un pezzetto di legno davanti a un traballante leggio) spernacchia il nulla, il vuoto, il niente. Fino ad arrivare a svelare che si sta oggi avverando, nel mondo della musica ma più in generale in tutta la cultura occidentale, la profezia che Nietzsche fece a proposito della “rivolta degli schiavi”, il sovvertimento di quanto c’è di bello e immortale solo per odio rancoroso.

Paolo Isotta è duro da leggere se non si depongono una volta e per sempre tutti gli stantuffi letterari democratici. Ha vocazione aristocraticissima, quasi teme egli stesso d’esser incompreso venendo ricacciato nel comodo alibi svalutante dello “snobismo napoletano”. Racconta dei suoi studi, delle sue passioni, dei suoi culti, delle sue paure. Fil rouge dell’opera sta nel concetto di palinodia, nel ripensamento, pentimento e riscatto. Ripensa e riformula giudizi che espresse, ipse dixit, smosso dall’ottusità della gioventù, dai patemi bovaristi di cui soffrì.

Un filo che si dipana, come quello di Arianna, nel labirinto della musica, dell’arte, della letteratura. Cristallizzare le pagine di Isotta al pur grandissimo racconto che fa di opere, compositori, cantanti, direttori d’orchestra, geni e contrabbandieri, Wagner e Verdi, Renata Tebaldi e Francesco Siciliani, vette e baratri, litigi e ricerche è ancora troppo poco. E poco è ancora pur l’aggiungere la tumultuosa vita professionale, da insegnante esigente a critico intransigente del Corriere della Sera, in cui è rimasto per anni e anni, tra raccolte firme (contro), amicizie e contrasti.

È opera cattolica, in senso etimologico e pure culturale, mentre fuori infuriano i manicheisti del calvinismo rosso o evangelico. La rivoluzione è nella tradizione, in ciò che il feticismo dell’oggi non potrà cancellare: non si può mai leggere sul serio la musica – la più grande metafora dell’uomo – senza il contrappunto di una profondissima cultura classica, letteraria unita alla sublime conoscenza dell’uomo e delle sue eccellentissime pecche.

E per questo che tra icone e vicoli, tra Madonne e femminielli, tra suore e marchette, tra direttori di giornali e direttori d’orchestra, tra professori e guardacessi, il cattolicissimo Paolo Isotta rischia, seriamente, di restar incastrato tra i classici.

*La Virtù dell’Elefante di Paolo Isotta (pp. 600, euro 20,50, Marsilio)

@barbadilloit

Di Giovanni Vasso

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