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L’intervista. Alessandro Campi: “Il Giornale di guerra, Mussolini e il conflitto in trincea”

Pubblicato il 10 gennaio 2016 da Antonio Fiore
Categorie : Cultura
La copertina del Giornale di Guerra 1915-1917 di Benito Mussolini, edito da Rubbettino

La copertina del Giornale di Guerra 1915-1917 di Benito Mussolini, edito da Rubbettino

Dal dicembre 1915 al febbraio 1917, Benito Mussolini tenne un diario di guerra, apparso a puntate sul “Popolo d’Italia” e pubblicato poi in volume nel 1923 (e più volte edito negli anni del regime). E’ stato uno dei più precoci esempi di “letteratura di guerra”. Diversamente da altri diari e memorie, che furono nella maggior parte dei casi pubblicati a partire dal 1919, quello mussoliniano fu scritto, per così dire, in presa diretta, mentre egli era al fronte come bersagliere semplice.

Quel diario è stato a lungo dimenticato dai critici o considerato come uno scritto strumentale e propagandistico, dunque di scarso valore per comprendere il significato di quel particolare conflitto. In occasione del centenario della Grande Guerra, torna adesso in libreria (a partire dal 14 gennaio) a cura di Alessandro Campi, che ne ha curato una sorta di edizione storico-critica per conto dell’editore Rubbettino (Giornale di guerra, pp. 350, euro 14, con numerose foto e illustrazioni).

Che tipo di lavoro ha fatto su questo testo?

Non è un’edizione critica in senso proprio perché manca il manoscritto originario sul quale operare il confronto tra quest’ultimo e tutte le edizioni a stampa: quella apparsa a puntate sul Popolo d’Italia e quelle successive in volume. Ma ho egualmente fatto un lavoro di comparazione tra tutte queste diverse versioni che mi ha permesso di individuare e segnalare al lettore i cambiamenti intervenuti tra di esse, comprese le censure vere e proprio imposte da Mussolini a partire dal 1923.

Relative a cosa?

Essenzialmente alle sue professioni anticlericali. Nel diario originario c’era diversi passaggi che esprimevano un atteggiamento insofferente (persino sprezzante) nei confronti della religione e della Chiesa, che il Mussolini capo del governo fece ovviamente sparire in tutte le edizioni del diario pubblicate a partire dal 1923. Le ho puntualmente segnalate.

Ma oltre a questo lavoro, per così dire, filologico?

Il testo è accompagnato da più di trecento note a pie’ di pagina. Ho cercato di esplicitare, per quanto possibile, tutti i brani o passi che potevano risultare di difficile comprensione per il lettore. Mussolini ha combattuto su tre diversi fronti: l’Alto Isonzo, la Carnia e il Carso friulano. Nel diario cita fiumi, montagne, valli, paesi che si fatica a posizionare in modo esatto. Ci sono quindi parecchi note di carattere, per così dire, geografico. E altrettante di tipo storico: i personaggi che cita, ivi compresi i molti militari e commilitoni protagonisti del suo racconto. Ho cercato di ricostruire, in modo essenziale, la storia di ognuno di essi. E poi ci sono le note di carattere più tecnico-militare, relative agli armamenti e alle particolari modalità con cui quella guerra fu combattuta. Insomma, un lavoro minuzioso di annotazione, che dovrebbe servire per leggere il testo con maggiore consapevolezza critica.

Qual è il suo giudizio su questo scritto?

È una delle cose migliori mai scritte da Mussolini. Ha un carattere asciutto, sobrio, essenziale che lo rende molto vicino alla nostra sensibilità odierna. Frasi secche, pensieri diretti, periodi brevi. Se si pensa al modo con cui all’epoca raccontavano la guerra certi inviati, in modo pomposo e retorico, colpisce la novità dello stile mussoliniano. Tra l’altro leggendo il diario si capisce come proprio attraverso il giornalismo, del quale fu un autentico innovatore, egli abbia costruito buona parte della sua fortuna politica.

Poi lo giudico interessante come testimonianza delle particolarità che, dal punto di vista militare, hanno caratterizzato la Grande Guerra. Mussolini è stato uno dei primi (già nell’inverno del 1915) a raccontare il logoramento e l’abbrutimento della guerra di trincea. Ma il diario è pieno di annotazioni interessanti sulla psicologia dei combattenti, sul rapporto tra ufficiali e truppe, sulla nascita al fronte di quello spirito da “comunità guerriera” che avrebbe poi contribuito alla nascita del fascismo.

Nonostante quest’ultima osservazione lei nell’Introduzione invita a non leggere questo diario alla luce di ciò che Mussolini sarebbe diventato anni dopo la sua conclusione.

I pochi studiosi italiani che si sono occupati di questo scritto, ad esempio Mario Isnenghi e Luisa Passerini, lo hanno interpretato come l’inizio, per mano dello stesso Mussolini, di quello che poi sarebbe diventato il “culto del duce” negli anni del regime. Sarebbe stato il primo mattone celebrativo, messo proprio dal diretto interessato, del Mussolini capo carismatico e grande demiurgo. Ma così si commette a mio giudizio un errore di prospettiva storica. Quando Mussolini cominciò a scrivere il suo diario non aveva ovviamente la più pallida idea di cosa avrebbe fatto (e di cosa sarebbe diventato) finita la guerra. Nella speranza, tra l’altro, che l’Italia potesse uscirne vittoriosa. Teniamo conto del fatto – se si vuole banale – che in guerra si può facilmente morire, come peraltro capitò a molti interventisti: a partire da Filippo Corridoni. E se la stessa cosa fosse capitata a Mussolini? Insomma, non mi convince chi sostiene che egli abbia come anticipato con questo scritto i passaggi della sua successiva carriera.

E quindi sbaglia chi attribuisce a questo diario un valore strumentale?

Mussolini faceva politica. Aveva appena rotto col socialismo ufficiale divenendo uno dei capi del fronte interventista. Nello scrivere il diario (che non a caso prese subito a pubblicare sulle colonne del suo quotidiano) perseguiva indubbiamente degli obiettivi politici. Ad esempio, raccontando i pericoli incontrati al fronte, voleva scacciare da sé la nomea di imboscato e di vigliacco. I neutralisti, socialisti e cattolici, per mesi – anche quando era ormai arruolato – animarono una campagna di stampa per dire che Mussolini era solo un fanfarone, che aveva voluto l’ingresso dell’Italia in guerra e poi non si era arruolato volontario. E dopo esser partito perché richiamato, in realtà si era imboscato in qualche ufficio o si era dato malato, mentre i suoi amici brigavano per farlo dichiarare inabile e riportarlo a casa. Al tempo stesso, Mussolini aveva da difendere pubblicamente la causa dell’interventismo. Gli interventisti erano una minoranza, peraltro per niente amata dagli altri combattenti. Quando nel diario Mussolini racconta di quanto sia benvoluto dagli altri soldati e dagli stessi ufficiali, lo fa non perché sia malato di egocentrismo, come qualcuno ha scritto, ma perché vuole dimostrare a chi lo legge che gli interventisti come lui sono tutt’altro che odiati e disprezzati. Ma dire ciò è cosa diversa dal considerare il suo diario lo strumento attraverso il quale Mussolini cercò di costruire in modo cosciente e deliberato la sua nuova immagine pubblica, come se il direttore-soldato già avesse in  testa di dare vita al movimento fascista. Al fascismo egli arriverà per gradi, dopo essere passato per diversi fallimenti politici. L’esperienza in trincea sicuramente cambiò il suo modo di vedere le cose, ma è difficile immaginare che abbia scritto le sue memorie solo per giustificare il suo passaggio dalla sinistra alla destra o per porre le basi ideologiche della sua successiva scalata al potere. Mi sembra una forzatura.

Come fu l’esperienza da soldato di Mussolini.

Fu un combattente semplice, arrivato al grado di caporale maggiore. Quando provò a partecipare ad un corso per ufficiali, prima fu chiamato, poi rimandato a casa senza alcuna spiegazione. Gli alti comandi non amavano né i volontari, né gli interventisti. E Mussolini in particolare aveva la fama di testa calda. Nel complesso fu un buon soldato, disciplinato e rispettoso dell’autorità, come peraltro la maggioranza di coloro che fecero la guerra anche senza condividerne le motivazioni. Oggi va di moda enfatizzare il “coraggio” dei disertori e dei renitenti, ma forse bisognerebbe prima ricordare quelli che la guerra l’hanno semplicemente fatta, per amor di patria e senso del dovere, senza per questo essere degli esaltati guerrafondai o considerarsi degli eroi.

Qualcuno ha sollevato dubbi sul ferimento di Mussolini…

La biografia di Mussolini è stata passata al setaccio, ma nessuno ha mai messo in dubbio il fatto che sia rimasto ferito (il 23 febbraio 1917). Le circostanze non furono particolarmente eroiche, visto che fu investito da una pioggia di schegge dopo lo scoppio per surriscaldamento di un lanciamine col il quale si stava esercitando con gli uomini della compagnia di cui aveva il comando. Le ferite furono però serie. C’è solo uno storico inglese, Paul O’Brien, che ha sollevato dubbi sul fatto che, dopo quell’incidente, sia stato congedato in via definitiva con troppa generosità. La sua tesi, dopo averne studiato le cartelle cliniche, è che Mussolini fosse affetto da sifilide. Il fatto che non tornò più al fronte sarebbe dunque legato a questa malattia e non ai postumi del ferimento, che comunque fu un episodio reale e piuttosto serio, anche se poi molto enfatizzato dal punto di vista propagandistico.

Come leggere in conclusione questo diario?

Come un documento storico scritto a caldo e in presa diretta. Di nessuna pretesa letteraria, ma con un taglio quasi da reportage. Anti-retorico e spesso assai crudo, ma senza compiacimento. Chi non l’ha mai letto e si aspetta un Mussolini guerrafondaio resterà assai deluso, o semplicemente sorpreso.

@barbadilloit

Di Antonio Fiore

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