1

L’analisi. “Morire di sé stesso”, ecco perché è finito il Partito democratico

Pubblicato il 20 aprile 2013 da Francesco Marchianò
Categorie : Politica

occupyPdPeggio di così non poteva andare. Il secondo giorno di votazioni per il Quirinale si conclude in maniera impietosa per il Pd che, con la candidatura di Romano Prodi, sembrava avesse ritrovato l’unità. Invece, ieri si è riprodotto, con conseguenza ancora più gravi, il triste spettacolo dei franchi tiratori che hanno definitivamente messo in scena lo spettacolo di un partito balcanizzato, l’unico incapace di votare per il candidato che propone. È la confessione di non avere né un progetto per l’Italia, né per la sinistra né per il proprio partito.

Con la doppia autobocciatura di Marini e Prodi, vengono archiviate con la sconfitta anche le due linee principali che, nei vent’anni della seconda Repubblica, gli eredi di Dc e Pci avevano messo sul campo per opporsi a Berlusconi e governare il Paese. La prima, incarnata da Marini, era quella più affezionata alla repubblica dei partiti, alla coalizione tra centro e sinistra che si uniscono pur restando distinti. La seconda, incarnata da Prodi, era quella del “nuovismo”, della società civile, dell’Ulivo, dei partiti che si fondono in uno solo. Le bocciature di questi due nomi rappresentano il fallimento di vent’anni di indirizzo politico.

Fino all’inizio di queste votazioni, il Pd era il più grande partito in Parlamento. Per questa ragione Bersani e i suoi potevano indicare i nomi e il metodo per la scelta del presidente della Repubblica. Il voto di ieri certifica che questo partito non ha più i numeri per poterlo fare: non è più il primo partito in Parlamento. L’iniziativa, perciò, deve necessariamente passare ad altre formazioni. Il partito sarà costretto, a questo punto, a scegliere tra il candidato dei centristi e quello di Grillo. Il nocciolo del problema è che qualunque scelta difficilmente sarà unanime, anzi è probabile che porti nuove divisioni, nuove vendette, nuovi rancori. È una constatazione politica che allontana anche la possibilità di dare al Pd un incarico per formare il governo. A questo punto, la maggioranza che esprimerà il presidente della Repubblica sarà la stessa che sosterrà il prossimo governo.

Il Pd muore, questo è il dato più significativo della giornata di ieri, e non per colpa di qualcuno. Il Pd muore di sé stesso, delle inconsistenti macchinazioni con cui è stato fondato: leaderismo, primarie,  identità sfumate, scarso radicamento, estroversione, comunicazione. Bersani era diventato leader per affrontare e superare questi nodi e fare del Pd un vero partito. Purtroppo non c’è riuscito e oggi paga anche questo prezzo.

Di Francesco Marchianò

Una risposta a L’analisi. “Morire di sé stesso”, ecco perché è finito il Partito democratico

  1. anno massacrato RENZI!!!!!CHI SEMINA VENTO RACCOGLIE TEMPESTA!!!!!o

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>