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Il caso. La dismissione della Omfesa e i lavoratori in lotta per riaprire la ‘fabbrica’

Pubblicato il 18 aprile 2013 da Francesco Pezzuto
Categorie : Cronache

omfesaCapannoni abbandonati, binari morti e ferro arrugginito: è ciò che rimane delle Officine Meccaniche Ferroviarie del Salento  di Trepuzzi (Lecce) dopo che l’ultimo proprietario, Ennio De Leo, si è fatto padrone, e ha dismesso tutto, per interesse e per ripicca.

Chiudere Omfesa non significa solo togliere il lavoro e il pane a circa cento famiglie, ma anche cancellare un simbolo, la fabbrica, l’unica del territorio quando fu eretta negli anni sessanta dall’ingegner Tanzarella. Quella fabbrica che era l’alternativa ai campi e all’edilizia, al lavoro nero e sottopagato; quella fabbrica in cui per mezzo secolo si sono susseguiti proprietari, operai, sindacalisti, occupazioni, scioperi e cassa integrazione, ingredienti di un mondo che oggi esiste solo nei racconti.

La tragedia dell’Omfesa si è consumata lentamente, davanti ad una platea vasta e silenziosa, rassegnata all’alzata di spalle del mondo politico e istituzionale, compresa la Prefettura, disposta a “valutare la possibilità di intraprendere ogni utile iniziativa” senza di fatto adottarne nessuna. Si è proseguito per inerzia, in attesa del deus ex machina mai arrivato, fino al fallimento, la vera svolta della vicenda.

Quando il Tribunale di Lecce ha emesso la sentenza, togliendo ogni spiraglio alle illusioni, l’intera comunità ha preso coscienza di quanto stesse avvenendo: la fabbrica non c’è più, e questo non può essere. Da quel momento sono venute meno le riverenze e le strette di mano, gli inchini e le precauzioni; gli operai rivogliono la loro fabbrica, e con loro l’intero paese, Trepuzzi, unito come non avveniva da anni, pronto a scendere in piazza sabato pomeriggio per una manifestazione popolare che, indipendentemente dalla riuscita finale, è già una vittoria nelle sue premesse.

Alla disperazione qui non si è aggiunto il dramma, ci sono debiti ma non suicidi, c’è un fallimento ma c’è la voglia di ripartire, di riprendersi quanto è stato ingiustamente tolto. Un segnale importante, un esempio da perseguire con un unico obiettivo: riaprire la fabbrica, possibilmente sostituendo l’acronimo con una dicitura più appropriata, Officine Meccaniche Ferroviarie Italiane.

Di Francesco Pezzuto

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