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Idee. Simone Weil, il “Manifesto” contro i partiti e certe rivoluzioni (all’italiana)

Pubblicato il 16 aprile 2013 da Antonio Giovanni Pesce
Categorie : Libri

manifesto per la soppressione dei partiti politici_Layout 1In appena cinque anni possono cambiare tante cose. Perfino in Italia, abituata da sempre all’immobilismo, seppur sotto il mutare continuo dei governi. Nel 2008 questo Manifesto per la soppressione dei partiti politici di Simone Weil passò inosservato o quasi. Doveva ancora montare la fiumana dell’indignazione, perché ancora la crisi non aveva affiliato i suoi denti, e i privilegi dei nobilotti della democrazia, chiusi nelle loro Versailles (che ne permettiamo più d’una in questo Paese), erano fatti oggetto più di scherno che di rabbia. Oggi se ne fa un gran parlare, e ci basta tanto per notare come la Storia abbia ormai preso una piega diversa. Bisogna però temere le mode più che le rivoluzioni, perché per intrupparsi nelle prime c’è bisogno ancor meno intelligenza che per accodarsi alle seconde. E il testo della Weil, se letto con superficialità, rischia di apparire banale. Lagnanza degna di uno streaming più che  della filosofa francese.

«La democrazia, il potere della maggioranza non sono un bene», scriveva agli inizi degli anni ’40, quando i totalitarismi erano maggioranza (al di là delle procedure) e la democrazia ritenuta l’unica arma per placarli. Entrambi accomunati dall’adorazione di una presunta volontà generale, che se poteva andare bene ai tempi di Rousseau, nell’epoca della fede nella morte di Dio appare irricevibile a cause del venir meno di due certezze: «Una, che la ragione discerne e sceglie la giustizia e l’utilità innocente, e che qualunque crimine ha per movente la passione. L’altra, che la ragione è identica in tutti gli uomini, mentre le passioni, il più delle volte, differiscono. Di conseguenza se, su un problema generale, ognuno riflette in solitudine ed esprime un’opinione, e se in seguito le opinioni sono confrontate tra loro, probabilmente esse coincideranno per ciò che di giusto e ragionevole c’è in ognuna e differiranno per le ingiustizie e gli errori».

La Weil si sofferma sulle condizioni senza le quali non solo è improprio parlare di volontà generale, ma è perfino rischioso. Innanzi tutto, è il popolo che deve esprimersi direttamente su questioni pubbliche, non delegando nessuno, ben che meno «collettività irresponsabili». Qui inizia la requisitoria contro i partiti politici, che sarebbero delle macchine «per fabbricare passione collettiva». Passione che, poi, esercita «una pressione collettiva sul pensiero di ognuno degli esseri umani che ne fanno parte», al fine di accrescere il partito medesimo. E di un partito che diventa il fine e non il mezzo della società parlerà anche Orwell in 1984, uscito l’anno prima del Manifesto pubblicato postumo nel 1950.  Ma tra la fine del ’43 e l’inizio del ’44 lo scrittore inglese porterà a termine la Fattoria degli animali, dove la passione collettiva è la paura per il ritorno del signor Jones e condurrà gli animali “meno uguali di altri” ad una vita peggiore di quella vissuta prima della ‘rivoluzione’.

Il saggio sulla soppressione dei partiti politici è stato assai citato e commentato in Italia. L’aria che tira già dal 2007, dopo la pubblicazione del ben noto saggio di Rizzo e Stella sulla casta e l’esplodere della crisi finanziaria, non è proprio favorevole alle vecchie borie da Politburo. Perfino il distintivo di ‘intellettuale organico’ non è gradito. Ma la Weil e Orwell non criticavano il partito in nome di un bieco moralismo, che carica sulle spalle altrui quella trasparenza e quella uguaglianza di cui esso non vuole farsi gravare. Lo criticavano per le menzogne che diffondeva, per le paure che alimentava, per la doppia moralità che praticava. «I partiti – scrive ancora la Weil – sono organismi pubblicamente, ufficialmente costituiti in maniera tale da uccidere nelle anime il senso della verità e della giustizia. La pressione collettiva è esercitata sul grande pubblico attraverso la propaganda. Lo scopo manifesto della propaganda è la persuasione, non la comunicazione della luce».

Il partito non come struttura sfamata da poteri e soldi pubblici, ma innanzi tutto come  culto che si nutre della coscienza dei suoi membri. Detta così, certe rivoluzioni all’italiana dovrebbero far pensare.

*Simone Weil, Manifesto per la soppressione dei partiti politici, Roma, Castelvecchi, 2012, pp. 60, € 6,00.

Di Antonio Giovanni Pesce

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