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Libri. “La tela” di Stein due storie, due possibili epiloghi, il rebus identità e le “verità” rischiose

Pubblicato il 13 aprile 2013 da Roberto Alfatti Appettiti
Categorie : Libri

tela«Quel che contraddistingue ogni uomo non lo si trova scritto sul suo volto. Non lo si coglie nel suono della voce». Pochi romanzi hanno un incipit così radicale. “La tela” di Benjamin Stein, poi, è ancora più originale: perché questo gioiello letterario, edito in Italia dalla Keller, ha due inizi, due storie e due (possibili) epiloghi. Basta capovolgere il volume e scegliere da quale verso iniziare a leggere per lasciarsi affascinare prima dall’una e poi dall’altra voce narrante, quella di Amnon Zichroni e quella di Jan Wechsler. Entrambi fuggono da una realtà che li soffoca e trovano nei libri i più preziosi alleati. Il primo dalla natia Mea Shearim in Israele, una società di norme religiose talmente severe in cui «già essere di cinque anni e mezzo più giovane della maggiore delle tre sorelle è sufficiente per essere sospettati». Figuriamoci, poi, quando il giovane Amnon viene scoperto a leggere “Il ritratto di Dorian Gray” piuttosto che a pregare. Il giovane Jan, invece, è nato e cresciuto a Berlino Est. «L’olio nel meccanismo delle dittature è la paura dei cittadini». Il ricordo è di Jan ma a scrivere è Stein, nato a Berlino Est nel 1970. Non è l’unica concessione autobiografica. Ricalcando il percorso di vita dell’autore, Jan molti anni dopo si trasferisce a Monaco per fare l’editore. È quando si vede recapitare una valigia smarrita nel suo ultimo viaggio in Israele (è la mia? si interroga), decide di recarsi in Israele per indagare su tale mistero senza immaginare che lo aspetta un redde rationem con Zichroni. Ognuno dei due racconta la sua verità, mentre le storie vanno l’una incontro all’altra, intrecciandosi sempre più. «Sono i nostri ricordi a fare di noi ciò che siamo», mette in chiaro nelle prime pagine Zichroni, psichiatra con un fiuto naturale per «ciò che è realmente vitale negli uomini». Il ricordo, la vera sede del nostro io, è la frontiera insuperabile della nostra identità. «Il ricordo, però, è instabile, sempre pronto a trasformarsi», riconosce. Può capitare, pertanto, che bugie e verità si confondano, perdendosi in una terra lontana della memoria in cui diventa impresa troppo difficile segnarne i confini. «Un bugiardo – ne conviene Wechsler, piccolo editore e scrittore – è una cosa spiacevole, ma un bugiardo con una memoria scadente è una catastrofe, perché non può né ammettere la verità né continuare a mentire». Se scoperto, ovviamente. E il liutaio Minsky verrà scoperto e denunciato proprio da Wechsler. La sua colpa è tra le più infamanti: «aver lucrato sulla industria Olocausto con il kitsch del terrore solo per fare cassa».

la telaLa rievocata infanzia in un campo di sterminio che gli aveva procurato encomi e premi, denaro e inviti a letture e conferenze, risulta essere una patacca. Minsky non aveva mai lasciato la natia Svizzera, paese risparmiato da guerre e genocidio, e aveva visitato i campi polacchi solo da turista. Il suo amico Zichroni l’aveva incoraggiato a pubblicare il memoriale? L’aveva forse sottoposto a ipnosi? L’aveva spronato, semmai, a mettere per iscritto i suoi ricordi. La persecuzione massmediale che ne seguì, tuttavia, finisce per travolgere anche lui calpestando la verità. Chi può dire, però, quale sia davvero la verità? Come fa Minsky a ricordare così distintamente la propria infanzia infelice? E lo stesso Wechsler, pronto a puntare il dito accusatorio, è davvero chi dice o crede di essere? Come fa a raccontare dettagliatamente la propria infanzia di berlinese dell’Est, se la madre ha sempre abitato in Svizzera e non è mai stata a Berlino? Eppure Wechsler ricorda ogni «stranezza» dell’Est. «Tra queste ultime – racconta – c’erano le biblioteche ad accesso libero, ma nelle quali non si poteva prendere in prestito la maggior parte dei libri presenti in catalogo. Oppure le biblioteche nelle quali si potevano prendere tutti i libri in prestito ma dove era vietato l’ingresso. Alla prima categoria apparteneva la biblioteca comunale di Berlino: libri pubblicati nei paesi non socialisti non potevano essere presi in prestito senza una speciale autorizzazione. Alla seconda apparteneva la biblioteca dell’ambasciata americana. Entrare nell’ambasciata, però, non era granché consigliabile». Stravaganze, osserverete, che potrebbe aver appreso da altri. Eppure quando racconta il fastidio che gli procuravano i versi della canzone che gli facevano cantare a scuola – «E amiamo la patria, la difendiamo perché appartiene al popolo» – appare del tutto autentico. «Ci veniva inculcato perché noi fossimo pronti a imbracciare un kalashikov non contro aggressori esterni, ma contro coloro che volevano abbandonare il paese». Chi racconta, in fin dei conti, la verità? E soprattutto, come scrive Stein, «quale valore ha una verità che uccide rispetto a una che lascia vivere?». È questa la domanda con cui ci lascia la lettura di questo avvincente romanzo, una domanda che abbiamo da troppo tempo smesso di porci.

Di Roberto Alfatti Appettiti

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