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Cultura. La poesia di Giorgio Caproni e i danni degli stravolgimenti ecologici

Pubblicato il 25 settembre 2015 da Sandro Marano
Categorie : Cultura
Parco Naturale dei Monti Aurunci

Parco Naturale dei Monti Aurunci

Versicoli quasi ecologici

Non uccidete il mare,
la libellula, il vento.
Non soffocate il lamento
(il canto!) del lamantino.
Il galagone, il pino:
anche di questo è fatto
l’uomo. E chi per profitto vile
fulmina un pesce, un fiume,
non fatelo cavaliere
del lavoro. L’amore
finisce dove finisce l’erba
e l’acqua muore. Dove
sparendo la foresta
e l’aria verde, chi resta
sospira nel sempre più vasto
paese guasto: Come
potrebbe tornare a essere bella,
scomparso l’uomo, la terra.

(Giorgio Caproni, da RES AMISSA)

In questa lirica postuma di Giorgio Caproni (1912 – 1990), tratta dalla raccolta Res amissa (vale a dire, la cosa perduta), il poeta già ottantenne sembra suggerirci che tra le cose perdute, di cui sente terribilmente la mancanza, c’è senza dubbio quello stretto delicato rispettoso rapporto tra uomo e natura vivente che, tutto sommato, era presente ai tempi della sua giovinezza. Lo stravolgimento dell’equilibrio ecologico ci sta regalando un clima impazzito (con punte record di caldo e piogge alluvionali in questi giorni) e ricadute economiche, che se  fanno lievitare il PIL (vero, signor Renzi?), non portano alcun benessere ai cittadini. Per Caproni la specie umana è la sola in grado di rendersi nociva a sé stessa e alle altre specie vegetali e animali. Belli e significativi i versi: L’amore
finisce dove finisce l’erba e l’acqua muore.
Ci fanno pensare a quanto già aveva notato negli anni ’30, profeticamente, Pierre Drieu La Rochelle: “Quando l’uomo naturale non esiste più, presto si disgrega anche l’uomo sociale”. Di rilievo il monito finale del poeta: Come potrebbe tornare a essere bella, scomparso l’uomo, la terra. E’ vero. L’uomo può distruggere se stesso, ma, attenzione: la natura, per vivere, non ha bisogno dell’uomo.

@barbadilloit

Di Sandro Marano

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