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Scrittori. André Héléna romanziere fuori dal coro e grande escluso del noir francese

Pubblicato il 8 aprile 2013 da Giorgio Ballario
Categorie : Ritratti non conformi

André Héléna1Un Georges Simenon meno elegante e più incazzato. Un Léo Malet meno ironico e più realista. Un Jean-Patrick Manchette meno politicizzato e più tormentato. Ci sarebbero tanti modi per descrivere André Héléna, il grande escluso della letteratura noir francese del secondo Dopoguerra, l’outsider che rispetto ai suoi colleghi più illustri non ha avuto né fama, né soldi, né critiche positive. Come Manchette ha avuto una vita breve e poco fortunata; come Simenon ha scritto in modo compulsivo, saltando spesso da un genere all’altro; come Malet ha saputo esplorare senza pietà né compiacimento i sentieri più torbidi della società francese. Eppure è rimasto per sempre nel limbo della narrativa di genere, ai confini della povertà, sprofondato nell’alcolismo che alla fine l’ha condotto a una morte prematura , ad appena 53 anni d’età.

Un uomo fuori dal coro, André Héléna. E anche un grande scrittore, malgrado i suoi connazionali l’abbiano capito soltanto molti anni dopo la sua scomparsa, avvenuta nel 1972.  Ci sono voluti 14 anni per toglierlo dalla polvere: nel 1986 le edizioni “10/18” hanno ripubblicato sei dei suoi romanzi nella collana “La Poisse”. Quindi Parigi lo ha celebrato nel 2000 con una mostra intitolata significativamente “Le prince noir”; mentre Jacques Hiron e Jean-Michel Arroyo, nel 2003, gli hanno dedicato un’appassionata biografia a fumetti.

Per fortuna da alcuni anni è stato scoperto anche in Italia: l’editore romano Fanucci ha tradotto due titoli (“Un uomo qualunque” nel 2008 e “La vittima” nel 2009) ma è stata soprattutto la casa editrice sarda Aìsara, che ha acquistato i diritti di un gran numero di vecchi romanzi di Héléna, a lanciare in grande stile lo scrittore francese nel nostro Paese. Complice un’edizione semplice ma curata, impreziosita dalle belle copertine di Igort, Aìsara ha ottenuto grandi.

Tra le opere tradotte da Aìsara figurano un paio di titoli che, a giudizio dei critici transalpini, sono tra le opere migliori e più intense di Héléna: “Gli sbirri hanno sempre ragione” e “Il buon Dio se ne frega”. Due romanzi quasi speculari, che descrivono la parabola tragica dell’antieroe di turno, un ex galeotto che cerca di rifarsi una vita il primo, un evaso senza più nulla da perdere il secondo. Entrambi ineluttabilmente diretti verso una fine che appare predestinata fin dalle prime righe. Nel caso di “Gli sbirri hanno sempre ragione”, poi, si tratta di un romanzo quasi autobiografico: André Héléna lo scrisse nel 1949 dopo essersi fatto sei mesi di carcere per una strana vicenda di irregolarità negli abbonamenti della rivista da lui fondata, in pratica una questione di appropriazione indebita.

Un’esperienza traumatica, che lo segnerà per sempre. Anche perché il sistema giudiziario e carcerario della République, nell’immediato Dopoguerra, non erano proprio un esempio di garantismo. «Il mio libro, anche se esaurito rapidamente non provocò alcuna reazione tra le alte sfere. – commentò con rammarico lo stesso scrittore – Solo coloro che avevano fatto esperienza della Giustizia potevano credermi, perché sapevano che niente di quella storia impietosa era inventato. Era un racconto genuino, crudo e distinto come un grido di rabbia. Sarò sempre fiero di essere stato il primo, di tutta la stampa, a parlare liberamente e apertamente di questi abusi». Nel romanzo, così come nella vita reale, il destino dell’ex rapinatore Théophraste Renard non può essere mutato né da un nuovo impiego onesto né dall’amore ricambiato per una brava ragazza. Per la società rimane “un malvivente”, verrà accusato di un crimine mai commesso e sarà persino costretto dai poliziotti a confessarlo a suon di botte.

Una vita breve ma intensa, quella di André Héléna. Nato a Narbonne, nel Sud della Francia, l’8 aprile del 1919, a diciassette anni pubblica la sua prima raccolta di poesie, fonda la rivista Le Poterne e si reca a Parigi per fare l’assistente di regia ad un film di Arsenio Lupin. Nella capitale vive per qualche tempo in modo scapestrato, facendo vari mestieri (commesso di libreria, rappresentante, venditore di insetticidi). Nel ’44 torna in Linguadoca per far parte della resistenza antitedesca, poi dopo la fine della guerra risale a Parigi e all’età di trent’anni vive l’amara esperienza del carcere. Si sposa una prima volta, ma il matrimonio dura poco. Scrive moltissimo, ma è solo dopo le seconde nozze, nel 1956, grazie anche all’ingresso nella “scuderia” dell’editore Frédéric Ditis, che sembra raggiungere una certa serenità affettiva e professionale.

Alla fine i romanzi saranno circa 200, molti dei quali storiacce approssimative scritte sotto pseudonimo per collane popolari e persino racconti pornografici. Perennemente in bolletta e sempre alla ricerca di anticipi da parte degli editori, Héléna scriveva infatti anche quattro o cinque romanzi in contemporanea, usando spesso improbabili nom de plume per dare una patina americana ai suoi libri: Noel Vexin, Buddy Wesson, Terry Crane, Mauren Sullivan o Kathy Woodfield. Molti noir, ma anche romanzi d’avventura e storie di cappa e spada. E in mezzo a tanta produzione dozzinale, decine e decine di magistrali polizieschi anni 50 e 60, nei quali brilla il lato più esistenzialista e, perché no, poetico di Héléna; come i già citati “Gli sbirri hanno sempre ragione” e “Il buon Dio se ne frega”, “Il gusto del sangue”, “I clienti del Central Hotel” e “I viaggiatori del venerdì”.

In queste opere, oltre alla grande bravura nel delineare personaggi “maledetti”, lo scrittore di Narbonne mostra uno straordinario talento nel raccontare la mediterraneità, che indugia sulle atmosfere e spesso scruta la provincia a ridosso del confine, geografico e culturale, fra Spagna e Francia. E che in qualche modo anticipa di parecchi decenni il “noir mediterraneo” di Jean-Claude Izzo. Alla fine degli anni 60, stanco, malato e deluso dalla sua attività di scrittore, André Héléna si ritira a vivere nella piccola città di mare di Leucate, a pochi chilometri dalla natia Narbonne, dove morirà nel 1972 dimenticato da tutti.

«Pochi autori – scrive il noto “giallista” Massimo Carlotto – hanno capito meglio di Héléna la Francia della guerra e del Dopoguerra.  Pochi hanno tradotto meglio le ore felici e infelici della malavita e hanno descritto i traffici della criminalità e i crimini commessi sotto l’occupazione». I noir di Héléna sono parabole di disperazione metropolitana o di provincia, dove esistenzialismo e letteratura di genere (ammesso che la definizione abbia ancora un senso) si fondono in un equilibrio tipico dei polar francesi (ma anche di certi film alla Jean Gabin) di quegli anni. E i personaggi “neri” dello scrittore di Narbonne sono soprattutto uomini soli, che sfuggono anche alle regole minime del codice cavalleresco e solidale della Mala, divulgato dal cinema di quel periodo e dagli stessi romanzi di Simenon.

Di Giorgio Ballario

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