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L’anniversario. Quattro anni fa il terremoto in Abruzzo. L’Aquila si è “fermata” alle 3 e 32

Pubblicato il 6 aprile 2013 da Marco Mancini
Categorie : Cronache Scritti

l'aquilaTre e trentadue. Un minuto come tanti, nel cuore della notte. All’Aquila è diventato il simbolo di una tragedia. Un orario ancora scolpito nel tempo (e anche nell’orologio di qualche campanile), che continua a saturare la memoria collettiva degli aquilani insieme alla data maledetta del 6 aprile 2009.

Sono trascorsi quattro anni dal terremoto che ha colpito quasi chirurgicamente la città e le ferite fanno ancora fatica a rimarginarsi. Anche perché, se le prime misure di emergenza provvidero a tamponare in qualche modo una situazione critica, il cuore pulsante del capoluogo d’Abruzzo, vale a dire il centro storico, non riesce ancora a irrorare nuovamente sangue e vita a tutto l’organismo: salvo il corso e poche altre eccezioni, è ancora tutto off limits, esattamente nelle stesse condizioni in cui avremmo potuto trovarlo il giorno successivo al sisma. Anche in questo senso il tempo sembra essersi fermato.

E anche gli aquilani spesso sembrano vivere con la testa rivolta all’indietro. Lo spettro de “ju tarramutu” aleggia ancora nei pensieri e nelle conversazioni di decine di migliaia di persone, che più che i drammi personali, dalla perdita della casa a quella degli affetti, patiscono proprio lo stato semi-comatoso in cui versa la città: è come se, insieme ad essa, avessero perduto anche la loro anima. La crisi economica è devastante più che altrove: tanti giovani (e meno giovani) fuggono, altri hanno trovato un’ancora di salvezza nel recente concorso per la ricostruzione. Sotto questo aspetto, però, il sisma non è stato altro che il colpo di grazia assestato a un corpo già debilitato. Non è solo problema di come salvarsi come singoli; è il “noi” collettivo, comunitario, che rischia di spegnersi definitivamente, insieme alle speranze di tanti.

“Senza il centro storico L’Aquila non esiste” è una delle frasi che vengono continuamente ripetute, quasi come un mantra. E’ l’incubo di un popolo che non aveva mai provato prima la spersonalizzante alienazione da quartiere dormitorio e ad essa non vuole rassegnarsi, che guarda con un misto di timore e compassione i propri adolescenti, che L’Aquila non l’hanno mai vissuta e forse non la vivranno mai. Ed è come se gli aquilani parlassero di una parte di loro stessi, quando rievocano lo struscio lungo il corso, il perdersi nel labirinto delle viuzze medievali, nella bellezza delle chiese e dei palazzi nobiliari. Una magia evidente persino nella toponomastica (da Via delle Streghe allo Sdrucciolo dei Poeti), nel Gran Sasso innevato che sbuca quando meno te lo aspetti e che al rosso del tramonto finisce per sembrare – per citare una delle più note canzoni aquilane – quasi “’ncendïatu”. Tutto è ancora lì, anche se incerottato. Lo si può guardare, ma non toccare. E’ zona rossa, ma continua a esercitare un richiamo ancestrale e irresistibile, come le sirene per Ulisse o il cibo per Tantalo. Un supplizio senza fine.

Una surreale Pompei del XXI secolo, i cui abitanti sopravvivono nelle periferie circostanti. Mentre le polemiche su finanziamenti e responsabilità continuano a riempire le pagine dei quotidiani, frustrando la speranza nel futuro. Questa è L’Aquila, il 6 aprile 2013. Anno 4 dell’Era post-sisma.

Di Marco Mancini

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