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Libri. “La fine del giorno” di Battista, ironia e pudore per affrescare il cuore grande di Silvia

Pubblicato il 6 aprile 2013 da Roberto Alfatti Appettiti
Categorie : Libri

libro battistaSchiva con abilità consumata le Grandi Domande. Non incede nell’autocommiserazione, «forma spaventosa di egocentrismo del superstite», come pure sarebbe comprensibile attendersi. Perché Pierluigi Battista, colonna del Corriere della Sera, brillante analista politico e penna tra le più anticonformiste del panorama culturale, ha da poco perso la moglie Silvia, lo scorso 14 dicembre. Di cancro, «il grande innominabile», malattia che non è politicamente corretto definire incurabile. Ma che tale è, ancora, salvo rare rarissime eccezioni. Silvia non lo è stata. Dal verdetto alla morte sono passati nove mesi. Pochi, pochissimi, per prepararsi a fare a meno della persona più preziosa: la compagna con la quale saresti voluto invecchiare. «Uno degli aspetti peggiori dell’aver perso la moglie è che tua moglie è proprio la persona con cui vorresti commentare queste cose». Battista prende a prestito questa frase del neovedovo di “Guida rapida agli addii” di Anne Tyler per aprire “La fine del giorno” (Rizzoli, pp. 160, € 16) e mettere a proprio agio noi lettori, all’erta come capita ogni volta che qualcuno ci ricorda che siamo destinati a morire.

Sani e malati vivono spesso gli uni accanto agli altri, eppure c’è una distanza siderale tra i due mondi e attraversare quel confine, per quanto labile e provvisorio possa essere, non è mai facile. Per aiutarci a passare il guado, Battista ricorre all’ironia, migliore alleata possibile dell’intelligenza e dell’irrinunciabile voglia di normalità. L’ironia aiuta a sdrammatizzare senza cedere quote di sincerità, lenisce l’angoscia senza temere di confessare il proprio dolore. «Un fulmine mi avrebbe spaccato di meno in due», racconta citando, stavolta, Michel Onfray. Il libro è pieno di citazioni, a partire dal titolo. “La fine del giorno”, non a caso, è anche il titolo di una poesia di Charles Baudelaire. Lo stesso poeta francese, tuttavia, avvertiva che «non si è morti fino a quando si desidera sedurre ed essere sedotti».

Per  quello che Battista definisce un «macabro scherzo del destino, un paradosso oltraggioso», prima che il cancro facesse irruzione nella sua vita familiare e negasse a Silvia l’ambizione di invecchiare, l’editorialista del Corsera stava lavorando a un libro che, partendo dal vertiginoso aumento delle aspettative di vita, analizzava l’epidemia dei nostri giorni: l’invecchiare male, quel virus sottile e contagioso che è il narcisismo di massa e vede eserciti rigorosamente bipartisan di uomini sul viale del tramonto che reclamano il diritto alla sessualità eterna e pretendono di sopperire all’inevitabile perdita di seduttività trovando nelle donne più giovani il carburante di una nuova e insperata stagione di virilità. “La fine dei giorni” avrebbe potuto titolarsi questa «indagine paraletteraria sui vecchiacci dal testosterone ritardato». Fai attenzione, gli aveva detto Silvia, perché alla tua età – «la soglia anagrafica minima per potersi iscrivere al partito della vecchiaia» – e in questo genere di argomenti si fa presto a passare per il solito vecchio porco. L’attualità, a ben vedere, non è avara di anziani uomini di potere che hanno compromesso prestigiose carriere per comportarsi come impenitenti erotomani, da Petraeus, ex capo della Cia costretto alle dimissioni per la rovente relazione con la giovane biografa, e Strauss-Kahn, l’ex capo del Fondo monetario internazionale, la cui irrequietezza sessuale è finita per costargli la possibile nomination a presidente della Repubblica Francese. Per affrontare questo tema, Battista si era cibato per mesi con i romanzi di Amis, Coetzee e Roth e i loro “maturi” protagonisti alle prese con donne più giovani. Una bibliografia improvvisamente stridente con il dramma che lo investe e lo porta a misurarsi con la sterminata “letteratura” sul cancro, «una vera e propria ossessione bibliografica in materia oncologica». È in quella ricerca che si imbatte in chi farnetica di improbabili complotti dei camici bianchi e delle case farmaceutiche per speculare su farmaci costosissimi quanto inutili, e in quel «brulicante sottosuolo di chiacchieroni, guaritori improvvisati, ciarlatani e santoni di provincia che avevano trovato in rete un insperato canale di sfogo». Perché il cancro non è stato ancora sconfitto? Perché, fino a pochi decenni fa, si faticava persino a raccogliere fondi per la ricerca? La risposta più logica è che non era considerato un’emergenza per la ragione, statisticamente inoppugnabile, che «l’ostacolo del cancro si trovava alla fine di un percorso che aveva già macinato la grande maggioranza delle sue vittime». Non si viveva abbastanza a lungo per fare in tempo ad ammalarsi di cancro. E chi si ammalava, per certi versi, inconsciamente lo voleva, perché magari non aveva seguito un corretto stile di vita. La cinematografia del Novecento, in fin dei conti, ne è la prova provata, con attori e attrici, divi dissoluti e capricciosi, a ostentare sigarette e consumare disinvoltamente superalcolici. Te la sei cercata, in fondo, sembra dire chi, ancora oggi, con la retorica del vivere sano e del negazionismo assoluto del piacere, continua a colpevolizzare il malato. Ma si sa, la nostra epoca è così. Non potendo sconfiggere il male, tende a nasconderlo.

Il pregio di “La fine del giorno” è anche questo: mostrarlo, sia pure filtrato dal pudore dell’autore e rivelato tra una citazione e l’altra in quello che è allo stesso tempo un diario intimo, un raffinato patchwork intellettuale e un romanzo d’amore vissuto. Tra romanzi, film ed episodi familiari, si staglia discreta e forte la figura di Silvia e delle sedie Adirondack che si divertiva a realizzare, il cui stile «la sintesi degli opposti, ruvidezza ed eleganza, era anche la cifra segreta del suo carattere». Quando Jobs morì, piuttosto del più popolare “siate affamati, siate folli”, Silvia annotò: «Ricordarsi che state per morire è il miglior modo per evitare la trappola rappresentata dalla convinzione che abbiate qualcosa da perdere. Siete già morti. Non c’è ragione perché non seguiate il vostro cuore». Battista, per scrivere questo libro, ha seguito il suo.

* La fine del giorno (pp. 160, € 16, Rizzoli)

@robertoalfatti

@barbadilloit

Di Roberto Alfatti Appettiti

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