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Il caso. Se i paesaggi diventano a pagamento e l’unico baluardo è Wikipedia

Pubblicato il 2 luglio 2015 da Emanuele Mastrangelo ed Enrico Petrucci*
Categorie : Scritti

5960946990_a83b3b1854Presentato alla Camera dei deputati l’evento Wikimania 2016, il raduno degli wikipediani di tutto il mondo che si terrà a Esino Lario (LC) fra un anno. Un’occasione per parlare di cultura libera, copyright e gabelle sul patrimonio artistico e paesaggistico italiano. Un patrimonio che rischia di finire sotto il capestro di una nuova era delle enclosures

Coraggioso è il mondo nuovo, quello in cui devono fluire liberamente merci e persone ma non la cultura. Nel mondo libero, liberale e liberista dell’Unione Europea rischia infatti di svanire una libertà data finora per scontata, intangibile e quasi paradossale nella sua definizione: quella di panorama. Ebbene sì, i panorami del nostro Bel Paese non sono liberi e quelli dell’Europa rischiano di non esserlo più.

Come fa a non essere libero un panorama? Gli è che al parlamento europeo è in discussione un emendamento della riforma del copyright che recita quanto segue: “16. Considers that the commercial use of photographs, video footage or other images of works which are permanently located in physical public places should always be subject to prior authorisation from the authors or any proxy acting for them”.

Ovvero se nell’inquadratura compare un “lavoro”, opera architettonica, monumentale, culturale, quell’immagine, o video non potrà essere più usato per scopi “commerciali”.

In questo campo l’Italia è più… avanti dell’Europa in quanto la libertà di panorama non esiste. Non perché sia proibita, ma perché come succede in Italia con leggi e cavilli, non è “esplicitamente” garantita. E in Italia, si sa, tutto ciò che non è espressamente permesso è vietato. Sia per il Regio Decreto del 1941 sul diritto d’autore. Sia che per l’Articolo 108 del Decreto Urbani del 2004 sulla tutela dei beni culturale, che introduce un canone di riproduzione per quanto rientra nell’ampio concetto di “bene culturale”, statale, e non solo.

Se quel canone appare doveroso nel caso si parli di foto di un professionista a un dipinto del ‘500 destinata ad un catalogo d’arte (vogliamo o no pagarli i fotografi?), appare una forzatura nel caso si parli della brochure che un albergatore lungimirante ha messo a disposizione dei suoi ospiti stranieri dove fa bella mostra il paesaggio italiano ove compaiano ville storiche gestite dai beni culturali o chiese gestite dalla diocesi. Per una foto ove compaiano questi elementi sarà necessario chiedere permesso scritto ai gestori, e magari rilasciare un canone variabile in funzione del numero di brochure stampate. E se oltre alla villa e alla chiesa il paesaggio è deturpato dalla creazione di qualche archistar contemporanea, per tutelare il suo diritto d’autore avremo bisogno del suo permesso. Insomma, abbiamo iniziato citando Aldous Huxley e Frank Herbert ed ora ci troviamo in un romanzo di Kafka…

Se la cultura è il petrolio dell’Italia, come ci ripetono fino alla nausea, l’assenza di norme chiare per promuoverne conoscenza e diffusione, fanno sì che questo petrolio resti in profondità a marcire.

A cercare di scuotere questa impasse sono i wikipediani, i volontari che lavorano a Wikipedia, l’Enciclopedia Libera, e l’associazione che la promuove, Wikimedia Italia. Wikipedia ha come suo pilastro fondamentale la licenza libera, ovvero tutti i suoi contenuti sono liberamente disponibili per chiunque ne voglia fare uso. Il corollario è che Wikipedia non impiega nulla che sia sottoposto al benché minimo vincolo di copyright. Di conseguenza, se scopriamo che il Colosseo è… sotto copyright della Soprintendenza di Roma (sì, non stiamo scherzando), arriviamo al paradosso che l’Enciclopedia Libera non è libera di inserire immagini del Colosseo prodotte dai suoi volontari, quantomeno in Italia.

Il 22 giugno alla Sala del Mappamondo di Palazzo Montecitorio Wikimedia Italia ha presentato il Wikicamp 2016, incontro internazionale dei wikipediani di tutto il mondo che orgogliosamente si terrà nel piccolo paesino di Esino Lario, sul lago di Como. Una iniziativa che è stata l’occasione per aprire il dibattito sui lacci e lacciuoli legulei che strangolano la libera circolazione dell’unica cosa che dovrebbe circolare liberamente nel mondo, la cultura e l’arte.

Wikipedia infatti è libera per definizione, ma non è, come si potrebbe pensare, anarchica. Rispetto assoluto delle normative vigenti e cautela nell’interpretarle è sia modo per tutelare i volontari che contribuiscono a creare l’enciclopedia, sia l’unico modo via per far funzionare un progetto internazionale: it.wiki è in lingua italiana, ma non si può fare all’italiana.

Il dibattito su quello che non esitiamo a definire il più grande progetto culturale dell’ultimo trentennio si allarga a problemi di ordine etico-giuridico sulla libertà e “le libertà”, su quanto uno Stato (o peggio, l’ente protoplasmatico chiamato Unione Europea) debba e possa andare a incidere su diritti finora dati per scontati, come quello di fotografare un monumento secolare. Giungendo a situazioni paradossali per le quali lo Stato probabilmente paga di più gli apparati burocratici di controllo delle “violazioni di copyright” di quanto guadagni dalle gabelle sulle fotoriproduzioni, che è permesso fotografare una persona famosa in quanto “personaggio pubblico” ma non un monumento romano in quanto “proprietà dell’ente gestore” e che proprio mentre ci sono lobby e think-tank che si sbracciano per inventare nuovi “diritti” (virgolette d’obbligo) quelli naturali come l’aria che respiriamo rischiano di subire una nuova epoca delle “enclosures” per essere trasformati in privilegi sfruttabili economicamente.

In un mondo in cui tutto sembra destinato ad assumere la forma-merce, Wikipedia, con il suo concetto di sapere libero e gratuitamente accessibile a tutti può essere lo zoccolo nel telaio meccanico per far inceppare, almeno in parte, almeno sul fronte della cultura, gli ingranaggi del capitalismo di sfruttamento?

*Autori di “Wikipedia. L’enciclopedia libera e l’egemonia dell’informazione”, Bietti, 2014

Di Emanuele Mastrangelo ed Enrico Petrucci*

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