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Il caso. Di Pietro chiude bottega, “rottamato” da Grillo e da quella massima di Nenni

Pubblicato il 29 marzo 2013 da Canio Smaldone
Categorie : Personaggi

di pietroE fu così che dopo Antonio Di Pietro anche la sua creatura, l’Italia dei Valori, chiuse bottega. Lui, Tonino, aveva già gettato la spugna dimettendosi da presidente all’indomani della batosta elettorale, che aveva travolto lui e il “collega” Antonio Ingroia. L’ex magistrato molisano aveva tentato l’avventura elettorale affidandosi al volto pulito e integerrimo di quel magistrato diventato famoso per aver condotto l’inchiesta sulla trattativa Stato-mafia. Niente da fare. Debàcle elettorale clamorosa e Rivoluzione civile fuori dal parlamento.

Quasi ci manca Tonino, abituati com’eravamo a vederlo in tv un giorno si e un giorno no giocare con la grammatica e dirci quello che era giusto e quello che era sbagliato. A inseguire qualsiasi inchiesta penale e processare senza appello l’imputato di turno. Tenendo però sempre sotto tiro le vicende giudiziarie di Berlusconi, l’uomo che ha sempre sognato di arrestare e che, a tornare indietro e a rimettere la toga, sai che divertimento. Questa era, almeno, l’idea che Tonino cercava di dare. Troppa fortuna gli aveva portato, l’uomo di Arcore, per vederlo in galera. Sai che noia, poi, doveva essere. E il salvataggio nel dicembre 2011 al Governo Berlusconi di due suoi deputati, Razzi e Scilipoti, fu solo una clamorosa coincidenza. Ma fino a quando la fortuna era solo elettorale, poco male. Quando questa è diventata, pian pianino, fortuna immobiliare e patrimoniale, beh allora era evidente che qualcosa non andava. Rimborsi elettorali gestiti in famiglia, così, come un Mastella qualsiasi. Fino alla famosa puntata di Report e a quell’improbabile giustificazione (“Ma…mia moglie non è mia moglie”) diventata antologia televisiva. Il tutto condito dalla beffa di contattare, durante la registrazione dell’intervista, il suo avvocato Vincenzo Maruccio, di lì a poco indagato e arrestato per l’inchiesta sui rimborsi alla Regione Lazio.

Chiaro che a quel punto Tonino in tv non era più lo stesso. E non poteva essere altrimenti. Se a questo si aggiunge l’isolamento politico dell’ultimo periodo, con Bersani e il Pd che proprio non volevano saperne di imbarcarlo in coalizione, la frittata era bella che fatta. Giudicati troppo gravi e istituzionalmente scorretti gli attacchi al presidente Napolitano, messo alla gogna per la vicenda delle intercettazioni nell’ambito dell’inchiesta Stato – mafia e costata, si spera solo incidentalmente, la morte di crepa cuore al collaboratore del presidente Loris D’Ambrosio. Insomma Tonino era rimasto bambino, politicamente. Perché elettoralmente era diventato grande, sempre più grande, grazie ad una spregiudicatezza che lo aveva portato, sul territorio, ad imbarcare chiunque gli portasse voti. Ma non è bastato. Appena il brand Idv ha cominciato a scricchiolare sul mercato elettorale, molti hanno iniziato ad abbandonarlo. Dirigenti e soprattutto elettori. Così Di Pietro ha mollato e messo la parola fine a qualcosa che di fatto non esisteva più. E’ arrivato Grillo e di Tonino non c’è più bisogno. Diceva bene Pietro Nenni: c’è sempre qualcuno più puro che alla fine ti epura.

Di Canio Smaldone

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