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Addio Pietro Mennea l’Ultimo Bianco, campione olimpico e simbolo dell’Italia che ce l’ha fatta

Pubblicato il 21 marzo 2013 da Mario Sechi
Categorie : Ritratti non conformi Sport/identità/passioni

mennea* Pietra Mennea (1952-2013), campione a tutto tondo e vessillo di italianità, lo ricordiamo con un ritratto del giornalista e scrittore Mario Sechi.

Città del Messico. 12 settembre 1979. Universiadi.

L’Ultimo Bianco aspetta i tre ordini dello starter.

«Ai vostri posti!»

Ti posizioni sui blocchi. Un piede su quello anteriore. L’altro su quello posteriore. Il ginocchio appoggiato a terra. Mani a castelletto dietro la linea di partenza. Eccoti qua. Non lo sai ancora, ma sei l’Ultimo Bianco. Vicino a te ci sono i primi modelli di dragster neri e gli ultimi sovietici da laboratorio. Non te ne curi affatto. Tu vieni da Barletta.

Sei la «Freccia del Sud» e c’è il traguardo davanti a te. Hai la mente Altrove. 14 luglio 1965. Ritorni per una frazione di secondo a casa di Salvatore e Vincenza. Tuo padre ordisce un abito, tua mamma è un generale ai fornelli. La radio è accesa: «Felice Gimondi ha vinto il Tour de France». «Pietro, l’abito è finito. Ora vallo a consegnare al cliente.» Sono le dieci del mattino. Esci con la stoffa tagliata e cucita da tuo padre. Hai voglia di correre. L’hai sempre fatto. Fin da quando sui cinquanta metri dello stradone sfidavi una Porsche e un’Alfa Romeo. Macchina contro Natura. A vincere eri tu. E ora? Ora che sei destinato a diventare l’Ultimo Bianco e non lo sai, ora ce la farai a vincere sotto il cielo di Città del Messico?

«Pronti…»

Innalzi le anche. Fai avanzare le spalle. Carichi i piedi sui blocchi. Un felino pronto alla corsa. Piove a Città del Messico. Scorrono davanti ai tuoi occhi altri giochi olimpici. Altri campioni ad alta velocità. Tommie Smith e John Carlos erano sul podio di Città del Messico con il pugno alzato, il capo chino, scalzi, e un guanto nero verso il cielo. Era il 16 ottobre 1968 e tu, ragazzino fragile, eri a Termoli con la staffetta 4×100 della tua squadra, l’Avis Barletta. Correvi veloce. Undici anni dopo, il ragazzino fragile è diventato un uomo: al centro della pista a Città del Messico ci sei tu. E Tommie Smith è un numero da abbattere: 19 secondi e 83 centesimi. E tu sei solo, silente, un italiano destinato a diventare l’Ultimo Bianco.

«Bang!»

Sei una pila. Elettrizzato. Le mani si levano da terra. I piedi balzano dai blocchi. Il corpo è un proiettile. Braccia e gambe si attraggono come cariche. Sincronia. Il tuo motore da sprinter accelera la frequenza. Conosci la curva come lo stradone di casa. «Freccia del Sud» avanti tutta sulla corsia numero 4. Primi cento metri in 10,34. Secondi cento metri in 9,38. La maglia azzurra numero 314 è in testa. Ci sei, il traguardo è là. Lo sai che stai per salire sul podio. Pane, olio e fatica. Tagli il traguardo con un colpo di testa e sì: hai vinto. Non alzi le braccia al cielo. Non sorridi, ancora. L’orologio Omega segna 19,72. Record del mondo. Sei un figlio del vento, sei il figlio di un altro tempo. Sei Pietro Paolo Mennea, l’Ultimo Bianco.

Pietro Paolo Mennea è la descrizione di un attimo.

(…)

«Se non avessi avuto quell’infanzia non avrei fatto quello che ho fatto nella vita. Viaggiando un po’ da solo… noi non avevamo niente, ma volevamo tutto. Partendo da niente volevi tutto. Quando Steve Jobs dice che bisogna essere hungry and foolish… a noi ci fa ridere. Lui ha trovato gli investimenti per impostare le aziende, creare il prodotto… e noi… noi non avevamo nulla: solo la nostra cultura, la nostra famiglia… noi non avevamo nemmeno il televisore, andavamo a vedere la tv in un circolo di anziani. Era su un baldacchino, pagavi 50 lire, ti mettevi seduto – non su una sedia, ma per terra – e vedevi “Lascia o raddoppia”.»

Benvenuti al Sud, retori del nulla.

*dal libro “Tutte le volte che ce l’abbiamo fatta” (Mondadori) di Mario Sechi

Di Mario Sechi

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