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L’analisi. E SuperMario Monti scoprì che la sua “Scelta” è stata poco civica e molto tragica

Pubblicato il 21 marzo 2013 da Marco Mancini
Categorie : Politica

montiAltro che Scelta Civica: la scelta è stata tragica. La “salita” in politica di Mario Monti, con tanto di lista civica a corredo, diventa ogni giorno di più una sorta di calvario, che rischia di avviare il Professore verso un tramonto senza gloria. Dopo l’insuccesso elettorale, il variegato raggruppamento che si era radunato attorno all’ex-salvatore della Patria sta esplodendo in mille pezzi. A guardarsi in cagnesco, in particolare, sono da una parte l’ala laica e liberale, che fa capo alla montazemoliana “Italia futura”, dall’altra quella cattolica, in cui spicca tra gli altri il ministro Riccardi, con la Comunità di Sant’Egidio. Ai primi non è piaciuto che entrambi i capigruppo, il ciellino Mauro e il trentino Dellai, appartengano alla corrente cattolica del raggruppamento. E questa è solo la goccia che ha fatto traboccare un vaso colmo di rivalità, frustrazione, senso di impotenza.

A fare le spese di questi sentimenti è stato addirittura il Professore, che nei fitti conciliaboli dei suoi uomini è finito sul banco degli imputati. Gli si rimprovera una strategia sbagliata in campagna elettorale, ma anche l’indolenza, l’incapacità di occuparsi seriamente del partito e soprattutto l’ambizione sfrenata, solleticata secondo le malelingue dalla signora Elsa, che lo ha portato nei giorni scorsi a mendicare a destra e a sinistra una poltrona purchessia. E le critiche, attraverso i retroscena dei giornali, sono giunte all’orecchio di Monti, il quale ieri, nella riunione con i deputati, si è detto «disgustato» per tale situazione, aggiungendo: «So di essere considerato in via d’estinzione, ma non vorrei essere estinto da chi ho contribuito a portare qui».

Dunque, Supermario si lamenta dell’ingratitudine dei suoi. Lui li ha creati, lui li ha fatti eleggere e non si capacita di come possano darsi al pettegolezzo contro il loro capo. Ricorda un po’ il Fini che nel 2005 azzerò tutte le cariche interne ad Alleanza Nazionale, quando uscì fuori la notizia delle chiacchiere maligne di alcuni colonnelli in un bar romano. Quello era il segno di una leadership declinante, qui sembra invece che la leadership del Professore sia morta prima ancora di nascere.

La gratitudine, peraltro, non è proprio una categoria tipica della politica, come lo stesso Monti ha dimostrato appena qualche mese fa. Ha guidato un Governo tecnico, godendo della fiducia dei principali partiti e promettendo di mantenere il proprio ruolo di terzietà, salvo poi smentirsi clamorosamente con la discesa (pardon, salita) in campo. Da lì un crescendo continuo di apprezzamenti negativi, anche offensivi, verso chi fino al giorno prima gli aveva dato i voti in Parlamento. Ora che l’ascesa è finita con un bel capitombolo, si stupisce che venga riservato a lui lo stesso trattamento. E come l’indimenticabile principe Giovanni del Robin Hood disneyano, dopo aver ricoperto il popolo di tasse, si lamenta perché ce l’hanno tutti con lui e, sconsolato, si succhia il ditone. Francamente, ci aspettavamo di meglio.

Di Marco Mancini

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