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Calcio. Gli azzurri contro il tabù Brasile: non riusciamo a batterli dal 3-2 di Espana 1982

Pubblicato il 20 marzo 2013 da Giovanni Vasso
Categorie : Pallone mon amour

paolo rossiUna macumba che dura da trentun anni, da quando il 5 luglio del 1982 – per stessa ammissione di Zico – uccidemmo il calcio verdeoro a Barcellona.

Italia-Brasile non è una partita come tutte le altre, né mai lo sarà. Quella di Ginevra sarà l’ennesima battaglia nel contesto della guerra dei (quasi) ottanta anni tra le due scuole di pensiero calcistico più titolate ed imitate in tutto il mondo da quando l’uomo ha cominciato a dare calci ad un pallone.

E se ne faccia una ragione pure il ct ‘eticamente corretto’ Cesare Prandelli: è un’eresia paragonare la partita contro i carioca all’impegno immediatamente successivo, con la piccola e calcisticamente anonima Malta. Cose che gli varrebbero un paio di giornate di scomunica dalla panchina azzurra, altro che fumogeni.

In campo ci stanno nove titoli mondiali. In palio c’è l’onore di aver sconfitto l’unica squadra che a livello di palmares iridato può tener testa all’altra. Nel rettangolo di gioco di Ginevra dovranno echeggiare le gesta di Peppino Meazza, che tirava e segnava i rigori tenendosi i calzoncini penzolanti nella prima storica gara tra Italia e Brasile, nel 1938 a Marsiglia nel mondiale francese vinto dagli azzurri di Vittorio Pozzo; di Giovanni Trapattoni che da ‘umile’ mediano annullò nientemeno che il grande Pelé; di Dino Zoff che a 42 anni suonati dopo aver consegnato alla storia il leggendario richiamo a Cabrini: “Antonio! Antonio!” con una parata insuperabile strozzò in gola a mezzo Sudamerica l’urlo alla rete; di Pablito Rossi che quel giorno ne rifilò tre di gol agli esteti carioca; di Franco Baresi e Roberto Baggio, le cui lacrime a Pasadena furono l’amaro scotto da pagare, il castigo dopo la gioia, ed il delitto dell’82.

paolo rossiDall’altra parte della barricata i verdeoro dovranno tener testa ad una tradizione che porta i nomi leggendari di Pelé, Garrincha, Tostao, Didì, Vavà, Zico, Falcao, Romario, Careca. Giusto per citarne qualcuno.

Adesso che trent’anni son passati si potrebbe pensare anche che la pena per l’uccisione del calcio carioca tutto attacco e fantasia (così come Zico ebbe a dichiarare nei mesi scorsi) sia stata scontata dalla nazionale azzurra. E chissà, sognare di dare una bella lezione di calcio ai verdeoro e mettere fine alla macumba brasileira alla vigilia dei mondiali – in programma il prossimo anno – proprio nella terra di Rivelino, Gerson, Ronaldinho e Leonidas.

Prandelli, se vuole, pensi pure che sia una sfida che vale quanto quella con Malta. Faccia quello che vuole, ma sappia che a noi la sua pretattica eretica e vagamente blasfema non ci incanta.

@giovannivasso

Di Giovanni Vasso

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