0

La storia. Quel “velo nero” da strappare perché Sarah Scazzi abbia giustizia

Pubblicato il 20 marzo 2013 da Fabio Sciarpelletti
Categorie : Scritti

Sarah Scazzi scomparsa ad AvetranaFin dal principio l’uomo si interroga sul dubbio di cosa ci sia nell’aldilà, un interrogativo rimasto immutato nei secoli, nonostante il progresso ci abbia donato parecchie risposte nel corso della nostra rivoluzione. Cosa prova un uomo arrivato al capolinea? Cosa prova un detenuto quando passeggia nel braccio della morte? Qual è il sapore di un ultimo respiro? Esiste una specie di “senso divino” che ci fa vivere gli ultimi giorni in uno stato di sensitiva preoccupazione o, i nostri sensi non riescono a percepire il pericolo della fine imminente?

Nel caso di Sarah Scazzi sembrerebbe che esista questa virtù, come testimonia in aula Donato Massari padre di una compagna di scuola di Sarah: «Mia figlia mi disse che un giorno Sarah le chiese di accompagnarla perché aveva paura di tornare a casa sola con Sabrina». In questa testimonianza c’è il preludio di  quel maledetto 26 agosto 2010, dove Avetrana si è trasformata nel centro della cronaca nera italiana.

Non c’è nessuno in giro subito dopo pranzo, la calura estiva ha consigliato il riposo pomeridiano a chi è rimasto in paese, gli altri sono già al mare o si sono trasferiti nelle case sulla costa. Sarah vuole solo andare al mare e trascorre un sereno pomeriggio in spiaggia con le sue amiche. Il suo corpo esile si avvicina metro dopo metro a casa di sua cugina Sabrina, il luogo dell’appuntamento. I lunghi capelli biondi balzellando accompagnano i suoi passi, mentre, chissà, le sue dita corrono veloci sulla tastiera del cellulare. Sarah trova sua cugina Sabrina che l’attende in veranda (almeno secondo la ricostruzione dell’accusa) entra in casa e cosa percepisce? Cosa hanno visto i suoi occhi prima di spegnersi per sempre?

Cos’è accaduto in casa Misseri tra le 14,10 e 14,20 di quel giorno di agosto? Il tempo ha donato alla vicenda un velo nero e un silenzio assordante che tiene nascosta la verità. È come se tutt’intorno l’ambiente avesse perso i suoi colori e sotto i riflettori sia rimasto solo il luogo del delitto. C’è silenzio intorno al corpo di Sarah, resiste solo l’ansimante respiro di chi ha commesso il delitto e ha paura ora della giustizia. Un fiato che impregna l’aria del paese e la rende pesante per chi vuole, pretende, giustizia. Nel buio dell’ambiente esiste una macabra consuetudine che si sposa col terrore di sapere e di dire, una parola che si chiama omertà. Ci vuole coraggio per diventare attori, meglio rimanere spettatori.

In ogni focolare d’Italia, in ogni tavolo, in ogni famiglia si è parlato della morte di Sarah Scazzi. Milioni di occhi puntati su casa Misseri. Sono state davvero Sabrina e  zia Cosima ad uccidere la povera quindicenne come sostiene l’accusa? Oppure è stato zio Michele, reoconfesso dell’omicidio? Michele Misseri, marito di Cosima e padre di Sabrina, è una scheggia impazzita della vicenda, un uomo che si presenta debole e complesso, nonostante l’insufficiente scolarizzazione. Zio Misseri è una pedina chiave della vicenda: ha provato a scagionare le sue donne, poi il ritrovamento del telefonino di Sarah prima ed il cadavere poi. Senza la sua figura così ambigua magari gli inquirenti starebbero cercando ancora invano il corpo della piccola.

Prima piangendo dinanzi alle telecamere, affermò che una «vocina» gli diceva che sarebbe toccato a lui trovare Sara, ora dice che se la sogna di notte. E c’è quel plurale che continua ad usare nelle sue ricostruzioni, che all’inizio ha lasciato perplessi gli inquirenti. Credevano che fosse un vezzo dialettale ed invece? Proprio in questi giorni l’accusa ha avanzato le proprie richieste così formulate: ergastolo per Cosima e Sabrina, nove anni per Michele Misseri, otto per il fratello e nipote del contadino di Avetrana. Sara non tornerà indietro, ma il suo corpicino gettato in quel pozzo merita rispetto. Di una cosa però – in mezzo a una vicenda così complicata e dagli aspetti tanto contorti – si può essere certi: l’uomo può non essere capace di fare giustizia, ma l’anima il conto lo paga sempre.

*scrittore. Il suo romanzo d’esordio si intitola L’orizzonte delle verità (Morgan Miller Edizioni)

Di Fabio Sciarpelletti

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>