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Il caso. La fiction 1992 e la necessità di recuperare la missione dei partiti politici

Pubblicato il 10 aprile 2015 da Nicola Martino
Categorie : Politica
Una immagine della fiction 1992

Una immagine della fiction 1992

Approfittando della messa in onda in queste settimane della fiction prodotta da Sky, “1992”, sarebbe utile soffermarsi su una delle conseguenze, trattate con maggiore superficialità e demagogia, di quei mesi che segnarono, nella forma e nella sostanza, lo spartiacque nella recente storia d’Italia. Adagiandosi sulla semplicistica formula della transizione dalla Prima alla Seconda Repubblica, si è persa di vista la reale posta in palio che era sul tavolo in quel passaggio epocale. La furia iconoclasta che investì il sistema non permise di capire che, trucidando metaforicamente personaggi e figuri emblematici del Potere, si stavano in realtà abbattendo i pilastri di un complesso storico formato dalle norme culturali e dai valori fondanti di un’intera comunità. L’incapacità di scindere le responsabilità individuali da quelle, esclusivamente di natura oggettiva, dei partiti ha prodotto la loro evaporazione tra folle plaudenti ed inconsapevoli degli effetti nefasti che ciò avrebbe prodotto. Non basta mirare contro Silvio Berlusconi ed imputare a lui solo la personalizzazione della politica perché in realtà la situazione prodottasi nel tempo ha tanti padri, e tutti conosciuti. Approfittando di un clima da fine regime, infatti, furono idealizzati tasselli apparentemente scissi gli uni dagli altri, ma che, a ben vedere, si muovevano tutti lungo un unico filo rosso. Il referendum promosso da Mario Segni e celebrato nel 1991, teso a scardinare il sistema proporzionale, vestito tagliato su misura delle abitudini mentali nazionali; le “picconate” inferte dall’allora Presidente della Repubblica Francesco Cossiga all’architrave socio-istituzionale della Nazione; la discesa a Roma delle prime truppe leghiste: tre fucilate al cuore della Storia che, se lette senza gli occhiali dell’emotività, avrebbero potuto scacciare il marciume che si era annidato in poco più di quattro decenni, ma senza affondare la nave su cui, volenti o nolenti, eravamo imbarcati tutti. Allargare lo sguardo a destra, svuotare gli armadi degli scheletri che li affollavano, sciogliere in senso proattivo i nodi perversi della partitocrazia si sarebbero rivelate azioni meritoriamente impavide in grado di dare nuova linfa alla Repubblica. Si scelse, invece, di andare oltre: rinnegare la Storia, ricoprire d’ignominia i partiti determinandone la loro autodissoluzione. Come insegnano gli interventi militari, pure quelli messi in atto a cavallo tra il secondo ed il terzo millennio, distruggere senza avere una strategia precisa fin nel minimo dettaglio su come realizzare il “Nuovo Mondo”, è un esercizio consacrato alla velleità e nulla più. Essersi illusi di spezzare le catene che ci tenevano legati al potere costituito ha soltanto reso più fragili e vulnerabili le nostre difese rispetto alle sue nefandezze. Inseguendo pervicacemente l’antipolitica ci siamo ritrovati, a distanza di un paio di decenni, con il Parlamento invaso, quasi per un corso naturale degli eventi, da cosiddetti “Cittadini”, animati da belle speranze, ma privi della corazza della competenza, dell’esperienza e dell’intelligenza politica: tutte doti che dovrebbero comporre l’armamentario rudimentale di coloro che assurgono a responsabilità pubbliche. A fronte di questo sedicente “tsunami”, quelli che un tempo erano partiti solidi, radicati, attrattori di consenso, collanti sociali e portatori sani di idee e valori, o si sono liquefatti o si sono ridotti al ruolo di portatori d’acqua o, quel che è peggio, si sono trasformati in comitati elettorali balcanizzati da potentati e cordate tesi a raggiungere obiettivi particolaristici legati alla pura gestione dei clientes. Organizzazioni verticistiche che funzionano, molto più di quanto avvenisse nel passato, per cooptazione. Aver voluto pervicacemente togliere il terreno sotto i piedi ai “professionisti della politica” ha spianato la strada ai “dilettanti”. Individui che, fatte le consuete e debite eccezioni, possono aspirare al massimo ad essere definiti pragmatici amministratori che si muovono lungo i binari del pensiero debole ed unico, del relativismo culturale o, nel migliore dei casi, del populismo svuotato di conoscenza.

Un fronte sovranista

Serve allora un colpo d’ali che, animato dal sacro furore del coraggio ribellistico, induca le forze che si riconoscono in un embrionale “Fronte Nazionale e Sovranista” a cogliere la sfida rappresentata dall’imminente approvazione della nuova legge elettorale. Il premio d coalizione alla lista e la soglia di sbarramento fissata al 3% impongono uno scatto d’orgoglio vero, concreto. Guai a rifugiarsi nel proprio angusto recinto pur di soddisfare egoistici appetiti e meschine ambizioni personali, ma volare alto alla conquista di una vetta costituita dalla creazione di una Destra attrezzata culturalmente, nelle idee e nelle persone, per governare senza ipocrite concessioni al moderatismo di maniera o ad improvvisati tycoon in cerca d’autore. Perché tutto questo diventi realtà esiste un’unica via maestra: quella di scrollarsi di dosso la vergogna della militanza politica e dare finalmente nuova linfa alla vita di partito. Solo l’ossatura tipica dei partiti è in grado di operare una reale selezione della classe dirigente che coinvolga gli appartenenti, senza distinzione di censo politico e senza che ci sia la necessità cogente di essere avvolti dall’aura di “Cerchi magici” et similia.

@barbadilloit

Di Nicola Martino

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