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La polemica. Gli sbandamenti dei senatori M5S mettono in discussione la webdemocrazia

Pubblicato il 19 marzo 2013 da Adriano Scianca
Categorie : Corsivi Politica

movimento-5sAlla fine il Parlamento ha aperto i grillini come una scatoletta di tonno. Già perché quelli che dovevano “scassare” sono stati “scassati” alla prima occasione, vittime dell’istituzione, del palazzo, dei vecchi marpioni, ma soprattutto vittime di loro stessi. L’elezione di Pietro Grasso al Senato ha lasciato strascichi pesanti, si è parlato di dimissioni, di espulsioni, il boss si è infuriato, ma alla fine gli ultimi rumors parlano di un perdono disceso dall’alto nei confronti delle pecorelle traviate dai lupi.

Il punto, tuttavia, è che la fragilità del movimento emersa in questo frangente è clamorosa, tanto da sorprendere – per tempi e modi – anche i facili profeti di una celere evaporazione del partito liquido grillino. Che il M5S non potesse reggere nel lungo periodo era ovvio. Ma l’impressione, all’indomani delle elezioni, era che comunque lo zenit del consenso non fosse ancora stato toccato. La dabbenaggine degli uomini qualunque catapultati in Parlamento sta però bruciando le tappe.

Beninteso, quando si parla di Grillo non bisogna dare nulla per scontato. Molto spesso quella che sembra la sua debolezza finisce invece per essere la sua forza. Il neosenatore che non sa dov’è il Senato, per esempio, fa sghignazzare gli addetti ai lavori (non a torto) ma non porta via consensi: cadere dal pero, apparire impacciati di fronte ai meccanismi istituzionali è un elemento che si sposa perfettamente con la narrazione vincente del grillismo, che è per l’appunto basata sulla diversità antropologica fra “cittadini” e “casta”.

Allo stesso modo, la parlamentare del M5S che umilia la Bindi non accettando le sue cortesie e poi se ne vanta su Facebook è senz’altro una maleducata ma il suo gesto resta funzionale a una retorica dello scontro a testa bassa contro “i politici”, checché ne pensino i piddini indignati a corrente alternata (quando era Ruotolo a non stringere mani altrui evidentemente il galateo non era ancora entrato negli 8 punti di Bersani).

Insomma, tutto fa brodo. Tranne il tentennamento, il dubbio, la compromissione, la crisi di nervi. Chi nasce dal V-Day deve pur sapere che il “vaffanculo” va pronunciato netto, rotondo, senza tremolio nella voce, senza riguardi per chicchessia. In quel modo ha una sua funzione, se invece cominci a balbettarlo sei fregato. Quello che hanno messo in mostra i grillini alla loro prima vera prova politica invece è stato esattamente questo: esitazione, timidezza, compromissione. Il vero veleno per chi ha l’unica mission di buttare giù tutto.

La senatrice grillina Adele Gambaro che definisce quella di sabato “la giornata più difficile della mia vita” e che descrive i parlamentari del M5S “soli con le nostre coscienze,le nostre emozioni e le nostre lacrime” apre un abisso di credibilità sotto ai piedi del suo movimento. Chi entra per far versare lacrime alla casta non può farsi trovare piagnucolante in un angolo, è un’immagine che non regge, non funziona, che annacqua l’unico combustibile del grillismo: la rabbia.

La stessa nomina dei due babysitter per i parlamentari (Messora e Martinelli) mette del resto in luce la contraddizione di fondo del movimento che ora sta esplodendo: il M5S è un movimento d’opinione populista e a guida carismatica che fa dell’autorità e della verticalità la sua vera e unica forza, laddove nella sua ideologia non cessa, al contrario, di esaltare l’orizzontalità (“uno vale uno”). Finché non sono stati messi alla prova il doppio binario ha funzionato. Poi è bastata una mezza giornata di Parlamento e subito è servita un’iniezione di verticismo. Arrivano quindi i cani da guardia del boss e si dà un taglio alla fuffa webdemocratica. Basterà?

Di Adriano Scianca

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