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Tv. Perché i reality sono i bassifondi del piccolo schermo

Pubblicato il 30 marzo 2015 da Marco Ciriello
Categorie : Cultura Televisionando

realityIn principio fu “Il grande Fratello”, poi il diluvio: isole, talpe, fattorie. In una riffa di prove estreme, mostre di corpi e cadute, prove e confessioni, reclutando attori, cantanti, guitti, atleti e gente comune, in una unica insalata di giungle e metropoli, cucine, capanne e sale da ballo, vivi, morti, boss, paure, segreti, manie, fobie, che riducono il mondo ad un unico grande condominio con la televisione che fa da portiere, cambiando solo lingua.Dove, per una volta, la tivù italiana è solo il cliente di una cultura derivata che viene dagli Usa e dal Sudamerica. Un po’ sogno americano, un po’ Warhol, più ultima possibilità prima del tramonto o prima per avere una macchia di vanto; rivoluzioni la tua vita non potendo rivoluzionare la società dove vivi. I reality sono i bassifondi della tivù proprio come le serie, ormai, ne rappresentano l’aristocrazia. Si saccheggiano film, grandi romanzi o solo desideri sadici molto prima di “50 sfumature di grigio”, per farne intrattenimento, serialità; poi, la morte ristabilisce priorità, almeno fino alla stagione successiva o al prossimo blocco pubblicitario. I reality mostrando il peggio di noi, fanno anche emergere i desideri della società, e che ci sia o meno il copione (c’è dibattito), lavorano sul sogno sporco di farcela, senza l’oniricità di Fellini ma con la spietatezza di Wall Street. È come se a giocare la finale di Champions League fossero le selezioni di scapoli e ammogliati. Un disastro, certo, ma anche l’avvicinamento vertiginoso di una possibilità. Ogni reality è contagio o reality non è. Per diffonderlo c’è bisogno di estremizzare: azioni, linguaggio, inquadrature. Innescando la sindrome del reduce per chi torna. La bibbia dell’estremo negli ultimi giorni è “Dropped” del canale francese TF1: due squadre da otto sportivi affrontano prove di resistenza nella natura, sul set o location o campo di gioco si scontrano due elicotteri e muoiono tre atleti: Camille Muffat, (25 anni) medaglia d’oro di nuoto a Londra del 2012; Florence Arthaud, (57 anni) velista che aveva battuto il record della traversata del nord in solitario fidanzandosi con l’Atlantico che l’aveva accarezzata con dolcezza, e Alexis Vastine, (28 anni) medaglia di bronzo di boxe a Pechino 2008; più la troupe che li seguiva e i piloti dei due elicotteri. La crudeltà fa parte del gioco, scrive i palinsesti, e alza l’audience. Il canale TF1 non è la prima volta che raccoglie cadaveri in diretta, l’anno scorso era morto un ragazzo: Gerald Babin in Cambogia per un doppio arresto cardiaco, mentre sosteneva le prove di sopravvivenza in “Koh-Lanta”, e una settimana dopo, il medico della troupe, Thierry Costa si suicidò, in una catena di colpi di scena non scritti e non voluti. Nel 2002, negli Usa, la Fox trasmetteva “The chamber” che giocava alla Guantanamo soft, il più estremo dei reality, subito cancellato: c’erano scosse elettriche e gettiti d’acqua, temperature alte e basse, fuoco e torture muscolari; troppo anche per un reality. Invece, è diventato un format mondiale “Fear factor” che si basa sull’interazione con animali e insetti che normalmente generano paure e fobie. Negli Usa han fatto di tutto, sondando il paese a colpi di show. Dimenticate “Quarto” e “Quinto potere”, piuttosto mettetevi “Al passo con i Kardashian”, si seguono le vicende di una famiglia (nove stagioni fino ad ora), l’estremismo è dei telespettatori. Potremmo dividere i reality in due tipi: quelli dove bisogna mettersi alla prova: come “Clear sex reality show” della tv thailandese che vide Saad Khan annegare in un lago; e quelli dove la prova è la realtà e spesso la noia conseguente, senza nessuna trovata carveriana: tipo le casalinghe di Atlanta. Nessuno si sottrae ai reality, nemmeno uno dispari come John McEnroe, tanto ci si può sempre pentire, che ha condotto “The Chair”, gli avranno presentato la cosa come rifare il dentista Laurence Olivier de “Il maratoneta” e lui ingenuamente non ha chiesto: «È sicuro?». Adesso sa che non lo era e lo ha anche scritto nella sua biografia: c’erano concorrenti su una sedia che dovevano tenere sotto controllo i propri battiti anche se compariva un coccodrillo. Roba da non dormire, proprio come in “Shattered”, questa volta Inghilterra, Channel 4, bisognava rimanere svegli per sei giorni mentre la regia ci provava in ogni modo, altra tortura che viene da lontano, alla fine si scoprirà che i nazisti si sono riciclati in tivù niente a che vedere con Argentina e Città del Vaticano. Ma ci sono anche recite a soggetto che non solo sono state scoperte ma che hanno portato alla morte di uno degli attori, andando oltre l’immaginazione da “Amores perros” di Iñárritu. In Perù, Ruth Thalia Sayas, nel reality “Il prezzo della verità” una sorta di “Quid est veritas” in salsa andina, venne uccisa dal suo finto fidanzato, Bryan Romeroe, non perché rivelava in diretta di essere una prostituta ma perché si rifiutò di dividere il malloppo. Sembra un romanzo di Jaime Bayly, invece è la realtà. Chi non ha avuto paura di cambiare è stato Renè Higuita, portiere della nazionale colombiana, che, dopo tante partite e il carcere, ha scelto due reality, il primo: “La isla de los famosos: una aventura pirata”, una specie di isola dei famosi colombiana –  da noi c’è andato Aldo Busi –; e poi la partecipazione a “Cambio Extremo” – diventando un Mickey Rourke sudamericano – dove gli hanno modificano con la chirurgia plastica: naso, palpebre, mento, zigomi, addome; «Ho imparato a vivere con il brutto, fino a farne tesoro. Il fatto che mi abbiamo cambiato un poco non mi trasforma come persona», questo potrebbe essere il recitativo discolpante per tutti i partecipanti. Non deve discolparsi: Jovine, il cantante reggae che partecipò a “The Voice” perdendo con Suor Cristina e che di quella esperienza ne fatto una canzona parodia: “Vivo in un reality show”, sopravvissuto ad un reality show. E di identità vere e false si occupa “Catfish”, il termine viene dalla pesca e spiega il meccanismo dei reality meglio di un saggio, i pesci gatto vengono messi nelle vasche per il trasporto dei merluzzi dall’Alaska alla Cina, perché li tengono sulle spine ed evitano che finiscano in poltiglia. In questo caso la tivù fa la parte dei merluzzi, perché grazie ai reality ha ripreso energia e soldi, ascolti e possibilità, pensate solo a come Rocco Siffredi abbia ridato visibilità e parole, all’Isola dei famosi. Una caratteristica fondante è l’ambiguità tra fiction e ripresa della verità, su questa si basa tutto, fin dove arriva il set e dove comincia la realtà. Che sia lo scapolo di “The Bachelor”, una delle famiglie alle quali rifanno la casa in “Extreme Makeover: Home Edition”, il Boss clandestino o meno: Briatore o Maccio Capatonda nella sua parodia, o lo sceriffo dittatore della comunità “Amish”, la donna che diventa di dieci anni più giovane, le ballerine e gli scrittori, e poi i cantanti, cuochi (un esercito), pasticceri, tate, viaggiatori, contadini, spazzini, gladiatori, medici: un altro mondo che prova a riscriversi l’identità o a darsene una.

[uscito su Il MATTINO]

Di Marco Ciriello

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