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Italrugby super: gli azzurri di Brunel superano l’Irlanda davanti ai 74mila dell’Olimpico

Pubblicato il 16 marzo 2013 da Antonio Rapisarda
Categorie : Sport/identità/passioni

italrugbyLo avevamo detto qui su Barbadillo – sciocchini – che l’Italia di rugby è diventata una nazione. E la consacrazione è avvenuta: 22-15 sull’Irlanda di ‘O Driscoll. Miglior “Sei nazioni” di sempre. Con l’Italia che si piazza terza davanti ai colossi e che stavolta non si accontentata di battere la “solita” Scozia (che quest’anno ce la ha suonate) o nemmeno di vincere a sorpresa (ciò che avvenne con il Galles). No, questa volta abbiamo battuto in un’unica edizione i francesi (quelli eleganti) e, poche ore fa, gli irlandesi (le tigri) mai sconfitti da noi nel torneo più bello del mondo.

Dopo la grande partita contro l’Inghilterra a Twickenham di domenica scorsa si era capito che l’Italia vista contro Scozia e Galles non era quella vera, non era quella costruita da Brunel a suon di sfacciataggine francese e furia mediterranea. La conferma è arrivata a Roma. La mischia ritorna a macinare metri di qualità, Orquera (che migliora anche nei calci) ritorna a distribuire gioco e Gori fa ripartire i trequarti. Gioco alla mano, insomma, Italia in attacco.

Tanta battaglia di trincea nel primo tempo, l’Irlanda di poco dietro. Nel secondo tempo, poi, la meta stupenda di Venditti a conclusione di un’azione interminabile di attacco che ha visto una dozzina di fasi prima che l’ariete abruzzese incornasse dentro il muro di carne la palla in meta. Ma non è finita. Ritorna l’Irlanda, ferita e mai doma. Pochi punti, ma stavolta Orquera è in giorno di grazia: non sbaglia più un calcio. E con l’ultimo fa 22.

E veniamo ai singoli: con la partita delle partite del capitano Sergio Parisse che parte come autocarro in un’azione di sfondamento che entrerà nell’immaginario e Alessandro Zanni – man on the match – che si consacra uomo in più del quindici italiano. Ma c’è una dedica speciale in questa giornata vittoriosa. Perché oggi è stata l’ultima partita di un applauditissimo e commosso Andrea Lo Cicero, il “barone” combattente che – assieme a Castrogiovanni – ha rappresentato l’asse, la mischia, sulla quale la nazionale ha basato la propria crescita a livello internazionale e tracciato la strada per i rugbisti di domani.

Adesso, battuta la “tigre celtica” il giorno prima di San Patrizio, possiamo affermare (zittiti una volta per tutte gli immancabili anti-italiani) che l’Italrugby è entrata di diritto nel gotha della palla ovale. E lo capisci anche quando parte, per l’ennesima volta, l’inno di Mameli cantato da ottantamila persone che qualcosa – nella percezione che il Paese sportivo ha di sé – è cambiato. Che l’Italia non scherza. Fa paura.

Di Antonio Rapisarda

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