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Giustizia. Ottaviano Del Turco, un caso giudiziario o di coscienza soprattutto per la sinistra

Pubblicato il 14 marzo 2013 da Canio Smaldone
Categorie : Politica

ottaviano del turcoAlla fine la sintesi di tutto la fa lui stesso, Ottaviano Del Turco. Tra una “giustizia giusta” che ha il volto di Berlusconi, dice, e una Procura che annuncia prove schiaccianti salvo chiedere due volte la proroga delle indagini e vedersi poi crollare nel dibattimento l’impianto accusatorio, ci dovrà pur essere una via di mezzo. Ma non c’è, in quest’Italia. E lui sta lì, Ottaviano, ad aspettarla. Da uomo di sinistra. Garantista. E pure da socialista. Che poi, scava e scava, stava tutto lì il problema. Quel 12 luglio del 2008 quando fu investito da un treno giudiziario lanciato a folle corsa fu molto facile, per molti, giustificare tutto: figuratevi, è un socialista.

Del resto il refrein era quello. Tangenti, milioni di euro di tangenti intascate sull’uscio di casa a Collelongo, nelle buste della frutta. Il re delle cliniche abruzzesi Vincenzo Angelini era costretto a pagare, poverino, per avere finanziamenti regionali alle sue strutture. E quindi venne il carcere, l’isolamento, i domiciliari, le dimissioni da presidente della Regione Abruzzo, il massacro mediatico e le invettive politiche. Dolorosissime, quelle. Perché provenienti più da sinistra, il suo mondo, che da destra. Aveva aderito al Pd, ma sempre socialista era. E quando si parla di giustizia, a sinistra, è sempre un dramma. Fortuna che in molti, allo stesso tempo, non l’hanno abbandonato. Nella sua vita divisa tra il sindacato e la politica ne ha conosciuta di gente. Dopo la licenzia media presa alle scuole serali, impiega pochi anni ad arrivare, attraverso la Fiom, nella segreteria di Luciano Lama come segretario aggiunto. Poi il Psi di Craxi, quello ricco e potente. Ma anche quello pieno di debiti e travolto dalle inchieste che si trovò a guidare durante tangentopoli. Fino al partitino di Boselli con cui arrivò a fare il ministro delle Finanze nel Governo Amato.

Ora, pian pianino, dopo quasi cinque anni Ottaviano Del Turco comincia a intravedere, in fondo al tunnel, un po’ di luce. Si fa per dire. Perché, parole sue, ha perso tutto. Triturato politicamente e umanamente da una vicenda giudiziaria grottesca e in un certo senso paradigmatica. Le ultime udienze del processo che lo vede imputato a Pescara stanno raccontando un’altra verità. O meglio, stanno evidenziando inesattezze e incongruenze che minano le fondamenta dell’accusa. Foto che ritraggono mazzette di soldi risalenti a date diverse da quelle sostenute dall’accusa. Spostamenti in auto indicati sui registri dei Telapass che non coincidono.

Elementi che, uniti alle 104 rogatorie con esito negativo alla ricerca del famoso tesoro di 6 milioni di euro, stanno portando il processo verso un’altra direzione. Il tutto ricordando sempre le “prove schiaccianti” di cui parlò il Procuratore capo di Pescara Nicola Trifuoggi in conferenza stampa all’indomani dell’ondata di arresti che aveva decapitato la Giunta abruzzese. Oppure i pizzini ricevuti da Del Turco in carcere e denunciati dal gip Maria Michela Di Fine, che altro non erano che semplici bigliettini di solidarietà inviati da una trentina di parlamentari, Bersani compreso. Intanto Marco Travaglio ammonisce: “Aspettiamo la sentenza prima di fare assoluzioni”. Aspettiamola anche prima di fare le condanne, però. Che poi, per uno che era già condannato, aspettare fiducioso una sentenza è già una mezza vittoria.

Di Canio Smaldone

Una risposta a Giustizia. Ottaviano Del Turco, un caso giudiziario o di coscienza soprattutto per la sinistra

  1. Caro Ottaviano, il giorno che in TV hanno trasmesso la notizia del tuo arresto per me finì l’illusione che il Sistema si potesse cambiare in modo democratico con la pazienza di un onesto impegno quotidiano. Un uomo che si era sempre contraddistinto dal rigore del proprio impegno nel mondo del lavoro, dalla parte dei lavoratori, una volta venuto a contatto con la politica del “palazzo” non era riuscito a mantenere quella promessa che aveva fatto tanti anni prima ai suoi compagni ma prima di tutto a se stesso. Non ho voluto crederci. Mi sembrava impossibile. Ma dicevano che c’erano “montagne di prove” e allora non ho più saputo che cosa pensare. E’ stato come perdere un amico a causa di un presunto tradimento mai chiarito. Per autodifesa, come succede spesso quando qualche cosa ti ferisce ma nulla puoi fare, ti ho dimenticato. Questa sera percorrendo l’autostrada, tornando a casa dal lavoro, ascoltando una trasmissione su Radio-1 verso le 20.15, ho sentito la tua voce e tutta la storia del processo e di come molto probabilmente andrà a finire. Ho ascoltato tutto il tuo intervento e alla fine mi son sentito “sollevato”. Eri, sei, l’uomo che speravo tu fossi. L’uomo che tanto tempo fa molti di noi, quelli usciti dal ’68 con le idee un po’ confuse, avevano assunto ad esempio. Ora ho ritrovato il mio amico e le ragioni del distacco chiarite. Sicuramente un gran sollievo per te ma anche un po’ per me e per tanti altri come me. Un solo rammarico riguarda tutto quello che in questi cinque anni avremo potuto fare insieme e che ci è stato impedito. Ben tornato. Luciano.
    P.S.: prego di voler girare queste mie poche righe a Ottaviano. Grazie.

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