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La sfida. Analizzare il terremoto elettorale del M5S per decifrare la politica di domani

Pubblicato il 13 marzo 2013 da Angelo Mellone
Categorie : Politica

movimento-5sAdesso sappiamo, forse, delle società caraibiche di Beppe Grillo. E sappiamo anche, dopo che i cani da tartufo della sinistra liberal e democrat, imbufaliti contro il Movimento Stelle, che il non-statuto del Movimento ha i suoi risvolti iper-leaderistici. E di questa strana compagnia dei parlamentari grillini (da notare, adesso li chiamano sempre di meno “grillini”) sappiamo che sono fissati con lo streaming e la trasparenza a qualunque costo, e metterebbero on-line qualsiasi cosa. E abbiamo appreso che Beppe Grillo viene considerato un clown dall’Economist ma è guardato con benevolenza dagli americani. E non dobbiamo dimenticare che, per ora, il programma del Movimento 5 Stelle ancora contiene dei buchi evidenti sui temi del welfare o della politica economica, posto che alcune idee – tipo l’uscita dall’euro – possono avere effetti molto pericolosi. Finito l’elenco e finiti i problemi di coscienza, bisogna fare un altro passo in avanti. E rendersi conto che certamente alla sinistra radical, liberal e democrat il Movimento 5 Stelle non piace perché, non lo ammetteranno mai, ma viene considerato il principale responsabile del crollo di una vittoria assaporata nella sua certezza ed evaporata nel disastro delle urne; ma al tempo stesso, non si può continuare a considerare tutto quello che accade dalle parti del Movimento come anticamera di una rivoluzione totalitaria della democrazia, emanazione di qualche cospirazione internazionale o, tutto all’opposto, come gita in Parlamento di un’allegra combriccola di incompetenti che fanno disperare i commessi di Montecitorio. Il Movimento 5 Stelle ha provocato un terremoto nella geografia elettorale italiana: per la prima volta, un elemento “oltre” ha sfarinato la tradizionale frattura che vedeva l’elettorato diviso in due grandi aree, quella di centrodestra (grossomodo il 60%) e quella di centrosinistra (il 40%), con l’esito del voto sottoposto alla meccanica delle alleanze e al tasso di partecipazione. Oggi viviamo in una democrazia tripolare (e c’è anche Scelta Civica, per cui siamo al tripolarismo-e-mezzo), e la “terza forza” grillina raggruppa circa un terzo dell’elettorato. Già questo basterebbe per farla finita con le analisi alternativamente complottiste o supponenti e chiedersi, seriamente, che cosa è successo nella testa degli italiani per dare milioni di voti a un Movimento di cui si ignorava totalmente la biografia di coloro che sono poi stati eletti, tranne Grillo e Casaleggio. Dobbiamo anche fare l’abitudine a pensare che il Movimento 5 Stelle, con molta probabilità, non è un meteorite che si è abbattuto sul sistema politico italiano, squassandolo ma esaurendo presto la violenza del suo impatto. Se il Movimento dovesse passare da questa indeterminata “fase nascente” e cominciare a strutturarsi al di fuori dell’arcipelago della Rete, costruendo la sua classe dirigente – per quanto la si possa immaginare di portavoce “a tempo” – avremmo un caso importante, e a suo modo unico, di formazione politica costitutivamente al di là della destra e della sinistra. Che va guardata con attenzione, e con rispetto, anche nelle sue connotazioni più rivoluzionarie come la volontà di ribaltare l’impalcatura rappresentativa della nostra democrazia e tornare a una specie di purezza giacobina della democrazia diretta. Il Movimento 5 Stelle è un patchwork di suggestioni ideologiche del passato: dentro ci trovi la sessantottina immaginazione al potere, il Settantasette degil indiani metropolitani, un po’ di diciannovismo, fino alle suggestioni hacker delle “isole nella rete” e alle visioni casaleggianti di un mondo prossimo alla guerra globale, dove trionferà un governo mondiale eletto da tutti i cittadini-mondo connessi alla Rete. I grillini stanno cominciando a proporre l’adozione di piattaforme per consentire ai cittadini di votare on-line le proposte di legge (anche questa non è un’idea nuova: fu Ross Perot nel 1992, e poi il Reform Party canadese un paio di anni dopo, a lanciare l’idea dei “municipi elettronici”). Come nel caso delle bislacche teorie sulla “decrescita felice”, si tratta di indirizzi per ora confinanti con il velleitarismo, e legati alla presenza di una nazione interamente connessa alla Rete, ma che possono trovare il loro radicamento in un’opinione pubblica stanca, e soprattutto spinta, con successo, dal grillismo a considerare il resto dei partiti come una merce improvvisamente diventata vecchissima. Qui, su barbadillo.it, sarebbe interessante e produttivo dare una sterzata al dibattito sul Movimento 5 Stelle. Cominciare a studiarlo, analizzarlo e raccontarlo senza sudditanza, certamente, ma anche senza spocchia o voglia di scoprirci sotto chissà quali magagne. Perché in mezzo a quel patchwork, probabilmente, si agitano molte delle parole d’ordine della politica di domani.

Di Angelo Mellone

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