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Il caso. Il Conclave diventa “evento” mediatico. Ma la Chiesa non era diventata irrilevante?

Pubblicato il 12 marzo 2013 da Marco Mancini
Categorie : Corsivi Scritti

Extra omnes. Tutti fuori: le porte della Cappella Sistina si sono chiuse, lasciando i cardinali elettori soli di fronte al primo scrutinio, che si concluderà quasi sicuramente con una fumata nera. Rimangono fuori, appunto, tutti gli altri, in particolare le centinaia di giornalisti, provenienti da ogni parte del mondo, accreditati per seguire l’elezione del nuovo Pontefice.

conclave1Si parla continuamente di una Chiesa ormai prossima all’irrilevanza, per non dire alla fine, eppure l’attenzione mediatica concentrata su un evento come il Conclave dice qualcosa di diverso: il Sacro continua ad affascinare e a incuriosire anche l’uomo del XXI secolo. Per quanto riguarda il Cattolicesimo, poi, Benedetto XVI ha preso in mano una Chiesa che contava un miliardo di fedeli e ne lascia in eredità una che ne conta duecento milioni in più. Se la crisi della fede si fa sentire con forza nell’Occidente secolarizzato, hanno assunto un peso rilevante i Paesi dell’Asia, dell’Africa, dell’America Latina. La Chiesa è nel vero senso della parola sempre più cattolica, cioè universale.

Bisogna tenere conto di questo dato per comprendere davvero qual è l’ingrato compito che spetta ai cardinali riuniti in Conclave: scegliere un uomo che sia in grado di governare la barca di Pietro in questo contesto. L’unità della Chiesa e dei cristiani, le sfide della (ri)evangelizzazione, il rapporto con il gigante cinese, quello con l’Islam, la crisi della fede in Occidente: sono questi i temi che i 115 elettori terranno presenti, quando, ammoniti dal Giudizio Universale di Michelangelo, scriveranno sulla scheda il nome del loro candidato.

I giornalisti che continuano a discettare di pedofilia e IOR, come se fossero questi i temi decisivi sui quali si giocherà il Conclave, non hanno capito niente di un’istituzione millenaria e universale come la Chiesa Cattolica, che ragiona nell’ottica dei secoli e dei continenti, non in quella delle piccole beghe di cortile. Certamente è emerso in questi anni un problema di governo della Curia, certamente alcuni cardinali – come quelli americani – hanno chiesto informazioni e ritengono necessaria una svolta. E’ vero che mai come in questo Conclave la classica distinzione tra “progressisti” e “conservatori” risulta inservibile, mentre assume una certa importanza quella tra “riformatori” e “curiali”. Ma si tratta di questioni strumentali, rispetto al vero compito assegnato al Papa e alla Chiesa: annunciare Cristo a tutte le nazioni.

E’ questo il lascito del pontificato di Benedetto XVI. Ed è anche la convinzione dei “riformatori ratzingeriani” dati tra i papabili, dall’italiano Scola al cadanese Ouellet, dallo statunitense Dolan all’ungherese Erdo. Riformare l’accessorio per conservare l’Essenziale è la parola d’ordine. I relativisti non si illudano: su ciò che conta veramente la Chiesa del dopo-Ratzinger non arretrerà neanche di un millimetro.

Di Marco Mancini

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