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Calcio. Barça-Milan il tiqui taca stroncato dal libro di Dalai contro i diavoli formato Muntari

Pubblicato il 12 marzo 2013 da Maria Scopece
Categorie : Pallone mon amour

milan-barcellona-2-0-muntari-e-boatengQuesta sera il Camp Nou riserverà ai rossoneri l’accoglienza che meritano gli avversari rispettati e temuti. I tifosi blaugrana hanno promesso di trasformare il gioiellino di Barcellona, lo stadio che ospiterà la gara di ritorno dei quarti di Champions League, in una bolgia. Cesc Fabregas ha chiamato a raccolta i suoi a mezzo twitter, affidando ad un hashtag le speranze di tutto il calcio catalano, #remontada.

Tutti segnali, chiari, del fatto che il Barça, la squadra degli alieni, ha una tremenda paura di questo Milan, una squadra fatta, a guardar bene, di giovani promesse e di seconde linee, eccezion fatta per quelli che guarderanno la partita dalla tribuna. Perché la squadra che ha infranto ogni record ha paura di questo Milan editio minor? Solo lo scorso anno i catalani schiantarono i rossoneri, all’epoca ben più equipaggiati, mettendo fine alle speranze europee di chi era arrivato a Milano per “vincere tutto”. A inquietarne i sonni, forse, è la sfrontatezza di chi è riuscito a tagliare con l’accetta i fili della celebre manovra avvolgente catalana. In queste ore, quindi, si sta compiendo un miracolo, il dream team del Barcellona ha paura dell’irrispettosa goffaggine di Sulley Muntari. Chi non ha nulla da perdere nulla teme.

Non è la prima volta che il Barça affonda sotto i colpi di un avversario meno dotato. Fase a gironi della Champions League 2012-2013, gruppo G, si affrontano il Celtic di Glasgow e il Barcellona, la partita termina 2 a 1 per gli scozzesi.  Le parole non servono, è un dato a sintetizzare bene questa partita. Possesso palla: Barcellona 66%, Celtic 34%.  “Perché il calcio è più bello del possesso palla”.

Michele Dalai dedica al Barça un pamphlet , Contro il tiqui taca. Come ho imparato a detestare il Barcellona (Mondadori, pp. 215, €10), il cui fil rouge è chiuso nella considerazione che il calcio non ha nulla a che vedere con il possesso palla. Ma se il Barcellona fa del Tiqui Taca (il fitto intreccio di passaggi rasoterra e tocchi misurati da cui derivano le mostruose percentuali di possesso palla) il suo marchio di fabbrica, il Barcellona gioca a calcio? Interrogativo suggestivo e provocatorio se riferito alla squadra più vincente degli ultimi anni. La stessa che ha fornito l’ossatura all’unica nazionale spagnola in grado di vincere un mondiale.

La domanda che si pone Dalai prima del suo libro e alla quale risponde per negazioni è “cos’è il calcio?”. Il calcio non è “una valanga di passaggi, ore intere di possesso palla, quantità impensabili di chilometri percorsi dai piccoli maratoneti”; non è “una manovra lenta e avvolgente, una quantità industriale di palloni stoppati, lavorati e giocati da centrocampisti frenetici”. Il calcio non è regola. Il calcio non è statistica. Il calcio non è una scienza esatta.

La ricerca del brivido, dell’emozione, dell’imponderabile non trova risposta nelle pieghe del gioco blaugrana. L’ accelerazione, il contropiede, il coast to coast di George Weah contro il Verona nel 1996 non trovano posto  nello spartito del Barça: prevedibile, spietato, vincente ma noioso. Questa è la bestemmia più grande che scrive Dalai: il gioco del Barcellona è noioso. Ma va oltre facendo intendere che la noia non sarebbe un sottoprodotto di scarto di una lavorazione raffinata ma proprio la ragion d’essere del batti e ribatti catalano.

Senza timore di ripercussioni afferma  “il Barcellona è la fine del calcio come gioco e l’inizio del calcio come prodotto per l’intrattenimento di massa [..] Puro marketing sportivo su scala globale”. In sintesi il Barça sarebbe la riduzione in forma commercializzabile di un’emozione.  Un affondo pesantissimo che non risparmia nemmeno il simbolo di questa squadra, Leo Messi la pulce dai palloni d’oro che impallidisce nel confronto, questo sì spietato, con Cristiano Ronaldo prima, e Diego Armando Maradona poi. Confronto ingiusto, a dire la verità, nel quale si sottolinea la presunta assenza di acume del giovane argentino: “Se Messi sostiene di dire ciò che pensa e non dice nulla, dobbiamo desumere che Messi non pensi nulla?”. Un bravo ragazzo che esegue divinamente una parte che conosce a memoria perché dovrebbe essere anche dotato di risposta pronta?

Le provocazioni disseminate nel testo fungono da piccole scariche elettriche utili affinché l’elemento “democratico” non arrivi a corrompere anche il calcio (è questa la paura di fondo dell’autore quando scrive che mutando i nomi sulle maglie il risultato non cambierebbe, a eccezione di Leo Messi, s’intende).

Il rischio, nel sostenere la tesi della noia del calcio blaugrana, è quello di ricevere una valanga di insulti, nonché l’insinuazione di scarsa competenza in materia. Ma si fa spallucce e si prosegue perché, in fin dei conti, il calcio rimane sempre la cosa più seria tra le meno serie.

Di Maria Scopece

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