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Il futuro incerto dei giovani, tra i danni del liberismo e l’ignavia dei bamboccioni

Pubblicato il 13 febbraio 2012 da Pietro Vierchowod
Categorie : Corsivi

Su  la Repubblica Ilvo Diamanti, nel consueto intervento del lunedì, ha detto il vero: dati alla mano, i trentenni di oggi, “bamboccioni” e “sfigati”, sono le vittime di una campagna di stampa che ha come unico obiettivo quello di esorcizzare e mascherare le colpe del liberismo anni ’90.

Scrive quindi Diamanti:  “forse, il motivo di tanto accanimento è proprio questo. Perché se il mercato del lavoro è chiuso, il debito pubblico devastante, il sistema pensionistico in fallimento, il futuro dei giovani un buco nero, non è per colpa loro, ma delle generazioni precedenti. Dei loro padri e dei loro nonni. Della generazione di Monti, Fornero e Cancellieri. Della “mia” generazione. Forse è per questo che ce la prendiamo tanto con i giovani. Per dimenticare e far dimenticare che è colpa nostra”.

In poche righe, l’essenziale: la presa d’atto di una responsabilità generazionale da parte di chi ha beneficiato della spesa pubblica, della svalutazione, dell’iperinflazione, salvo poi scoprirsi all’improvviso professore liberista, monetarista di Chicago, amico leale della Federal Reserve. Salvatore del Dollaro, non certo d’Europa.

C’è in questa laconica ammissione tutta la stanchezza di una vecchia classe dirigente progressista convinta di poter governare le dinamiche globaliste in punta di editoriale, con le spalle ben coperte dalla finanza buona made in Soros. Una follia durata sin troppo. Ed oggi che le certezze crollano mentre quella stessa finanza chiede il conto di tanta ingenuità, menti oneste come quella di Ilvo Diamanti salvano il salvabile: non è colpa dei bamboccioni.

Vero, verissimo. Lo sappiamo e lo urliamo : non è colpa nostra. No, assolutamente no. O Forse sì. Diciamole le cose come stanno. Perché è anche colpa di chi è stato troppo ad ascoltare, di chi ha fatto della moderazione un’ipocrisia, di chi ha accettato senza fiatare pur avendo studiato, pur avendo tempo, pur non avendo fame.

Diciamolo che è anche colpa nostra. Di una generazione orientata al dir di sì, sempre e comunque. Precaria dentro, prima che nei contratti e negli affetti. Insicura, sorridente, ottimista per statuto.  Nonostante i fatti, i dati, le prove, le parole. Presente ad ogni congresso, ad ogni decisione, ad ogni voto: in silenzio, nella speranza di essere cooptata fra le briciole del disastro televisivo.

Ebbene sì. Alla fine è anche colpa nostra. Incapaci di prenderci sul serio, anche adesso guardiamo verso Atene con quel malcelato cinismo tipico di chi sa già come andrà a finire. Colpa nostra e di quella vigliacca paura di non saper uccidere il borghese che è in noi.

Di Pietro Vierchowod

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