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Libia. Il possibile intervento dell’Italia e il necessario aumento della spesa militare

Pubblicato il 17 febbraio 2015 da Marco Petrelli
Categorie : Esteri

isis

Ci risiamo. L’Italia, chiamata a prendere decisioni chiare in politica internazionale, tentenna, auspicando un intervento rapido e deciso delle organizzazioni internazionali per toglierle le castagne dal fuoco. Ma questa volta non stiamo parlando del rilascio di due militari, bensì della minaccia jihadista giunta a lambire le coste del Mediterraneo meridionale.

A portata di tiro  L’occupazione di Sirte fa alzare il livello di allarme per la sicurezza italiana ed europea.  I missili SS-1 (Scud) dei quali la radio del Califfato ha parlato, sono un pericolo concreto per il Vecchio Continente: malgrado, infatti, siano stati progettati oltre mezzo secolo fa, sono ancora largamente impiegati da paesi del Medio oriente e dalle nazioni dell’ex impero sovietico.  Non sappiamo esattamente il numero delle testate  disponibili negli ex arsenali di Gheddafi, ma è presumibile che con l’esercito libico allo sbando non dovremo attendere molto prima di conoscere il reale potenziale bellico dell’Isis.

Trafficanti di schiavi La tratta di essere umani ha, finora, arricchito potentati locali e bande criminali libiche: l’assenza di controlli e la debolezza del governo di Tripoli hanno favorito il fiorire di lucrosi traffici illeciti.

SCUD su supporto mobile.

Graziani prima e Gheddafi poi ci hanno insegnato che per controllare la Libia è necessario assicurarsi l’appoggio delle tribù, sovente in lotta tra loro. E se il jihad può essere il mattone, la tratta di esseri umani coi suoi lauti guadagni è sicuramente la malta per edificare eventuali durature alleanze tra l’ Isis e le realtà tribali.

Italia in prima linea Cosa può fare il nostro Paese di fronte ad una minaccia che dista 200 miglia dalle coste siciliane? Un intervento diretto, fuori dall’egida dell’ONU, è da escludere. Più concreto invece intraprendere un’azione diplomatica volta a potenziare la già operante coalizione anti Isis. Serve un’intelligence capace di coordinarsi con le agenzie alleate e che sia in grado di monitorare e fornire informazioni sia nel teatro mediorientale, sia in quello europeo dove i “lupi solitari” e le cellule dormienti sono un pericolo tutt’altro che debellato. Inoltre, la vicinanza geografica con Sirte, la conoscenza della Libia (nostra ex colonia, nda) e dell’area mediterranea meridionale, la fallimentare politica di Bruxelles di supporto del nostro Governo per l’emergenza immigrazione, devono essere di stimolo  all’Italia per imporsi sullo scenario internazionale come paese guida di un’alleanza volta ad arginare il pericolo jihadista.

Spese militari Se vogliamo contrapporci concretamente ad al Baghdadi e ai suoi sodali, oltre alla determinazione serve anche di poter contare su Forze Armate efficienti. Finora, l’assistenza in mare ai profughi e agli immigrati ha permesso alla Marina Militare di ottenere qualche fondo in più rispetto al “debole” dato dello 0,82% del PIL per le spese militari. Non si può pretendere di mantenere un ruolo importante nello scacchiere geopolitico con un bilancio-difesa ridotto all’osso:  21 missioni di pace (incluse quelle ONU) sono una spesa impegnativa da sostenere e che certamente ci priva della possibilità di aggiornare mezzi e sistemi d’arma. In due parole, è escluso che i Panavia Tornado possano restare operativi per un altro decennio. Malgrado l’eccellente compito svolto al servizio dell’Aeronautica Militare, sono caccia bombardieri progettati alla fine degli Anni ’70, con una tecnologia superata e con costi di manutenzione elevati. La  contraerea irachena riuscì ad abbatterne uno oltre vent’anni fa, usando armamenti ex sovietici che, come gli SCUD, potrebbero essere ancora in dotazione alla Libia. E potenzialmente già nelle mani dell’Isis.

@BarbadilloIt

@marco_petrelli

Di Marco Petrelli

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