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L’intervista. Lo scrittore Valle: “La politica e l’insegnamento di Grilz: diffidare dei dogmi”

Pubblicato il 18 febbraio 2015 da Barbadillo.it
Categorie : Le interviste

Marco ValleScrittore, viaggiatore e originale ricercatore di idee: Marco Valle, in gioventù esponente dell’ala eretica del Fronte della Gioventù, ha scritto un saggio – “Confini e conflitti” per le Edizioni Eclettica, con introduzione di Gian Micalessin – che risulterà, alla fine del 2015, uno tra i più letti nell’area non conformista.

Lo abbiamo incontrato prima di una presentazione a Bari, passeggiando tra vicoli del borgo antico e il lungomare costruito da Araldo di Crollalanza. Il risultato è una conversazione a tutto campo nella quale Valle offre una analisi solare delle prossime sfide politiche, invitando a rifuggire dalle semplificazioni e a non addormentarsi con comode certezze: vivere in maniera differente comporta invece la costante ricerca di nuove sintesi e l’elaborazione di “pensieri lunghi” per interpretare lo spirito del tempo, un metodo che è l’esatto contrario della vocazione alla marginalità, rendendo virtuosa l’educazione ad allenarsi in quella che Robert Brasillach chiamava “l’eminente dignità del provvisorio”.

Dottor Valle, partiamo dal titolo. “Confini e conflitti”. Come nasce?

“La domanda è intrigante e la risposta è complessa. Il comandante James Cook amava ripetere «una frontiera è sempre una tentazione». Aveva ragione. Se poi nasci accanto ad un confine “pesante” e doloroso come quello che scorreva attorno a Trieste nei decenni della guerra fredda e cresci in una famiglia di viaggiatori e di marinai e, sin dalle elementari, incontri altri cuori avventurosi — Almerigo, Gian, Fausto e tanti altri, tutti come te figli della diaspora istriano-dalmata, una razza di marinai e sognatori — la tentazione diventa un destino. È un tratto comune a molti triestini della mia generazione. Non a tutti, ovviamente. Anche a Trieste c’erano (e sono rimasti) i “terragni”, i brontoloni, i “tranquilli”. Normale.

Mentre la nostra città s’inabissava nel provincialismo e nel localismo — Gian Micalessin lo spiega splendidamente nella prefazione — crescemmo tra mille discussioni e curiosità, insofferenze e interrogativi, fissando sempre l’Adriatico. Alle nostre spalle vi era la Jugoslavia comunista, l’Italia era un sentimento contrastato — una Patria madre o/e matrigna? —il mare divenne una suggestione, un invito. Quella massa liquida che lambisce la grande piazza intitolata all’Unità d’Italia, ci inquietava e c’imponeva di partire. La stessa malia che intrigò i nostri nonni, i nostri padri.

Da qui il bisogno di salpare senza fuggire —l’idea del ritorno, il nostos omerico è un’altra costante che ci unisce— per vedere il mondo. Per comprendere. Pensare. Magari scrivere.

Agli inizi degli Ottanta la nostra piccola band of brothers — i ragazzi del FdG di via Paduina — sciolse gli ormeggi. Ognuno scelse il suo bastimento e la sua rotta. Alcuni naufragarono, altri si persero, molti continuano a veleggiare su mari lontani. Ogni tanto ci rivediamo e ci raccontiamo le nostre piccole e grandi avventure.

Confini e Conflitti nasce da questi incontri, da questi confronti. Un libro per fissare un punto d’arrivo e una nuova partenza di un percorso d’idee, di pensieri iniziato in anni lontani. A Trieste, dove intrecciammo i nostri infiniti sogni nel finito del mare.

La parola confine rimanda al limen. E a Trieste, l’Istria e la Dalmazia. Ferite storiche e vissuto famigliare si incrociano. Con che approccio?

Questo piccolo lavoro è un viaggio nella grande storia. Partendo da Trieste — uno dei crocevia delle tragedie del Novecento — ho voluto indagare, intrecciando appunti, immagini, ricordi, i tanti motivi della fragilità nazionale incrociandoli con narrazioni dignitose e la riscoperta di personaggi nobili quanto misconosciuti.

Confini e Conflitti è un percorso nella memoria di un paese smemorato. Qualche esempio. Chi si ricorda di Brazzà, il grande esploratore friulano, un esempio di colonialismo di civiltà? Chi conosce il nome di Luigi Broglio, il padre dell’industria aerospaziale italiana? Eppure se oggi il capitano Samantha Cristoforetti vola nello spazio con lo scudetto tricolore è tutto merito di questo arcigno professore che nei ’50 umiliò gli scienziati della NASA. Nel segno di un’Italia seria, austera, forte. Pagina dopo pagina, lo sguardo si è poi allargato al mondo di ieri, su quel comunismo reale che tanto avevamo temuto e disprezzato —da qui i capitoli sulla Germania comunista, sull’Albania di Enver Hoxa, sulla Jugoslavia di Tito—, e sul disastroso processo di decolonizzazione in Africa e in Asia”.

Dopo l’istituzione del giorno del Ricordo, si può tracciare un primo bilancio degli effetti di questa ricorrenza nazionale?

“Il giorno del Ricordo è una data. Importante e dolorosa. Purtroppo, come ricordava un caro amico come Ottavio Missoni, è anche l’occasione per i “professionisti del dolore” per ricavare un goccio di visibilità. Accanto al Ricordo — giusto, doveroso, importante— è tempo di recuperare l’intera dimensione storica della tragedia superando schemi rassicuranti ma (paradossalmente) sinergici al negazionismo dei nostalgici (slavi e nostrani) del titoismo. Ecco perché ho voluto scrivere sulla strage di Porzus, sulle complicità del PCI togliattiano nell’eliminazione d’ogni opposizione antifascista non marxista italiana e slava. A settant’anni di distanza, è arrivato d’uscire alle logiche novecentiste e analizzare scientificamente il terrorismo jugocomunista. I carnefici di Tito non fecero troppe distinzioni di etnia e religione e non si fermarono al dopoguerra. Nelle foibe e nei campi di concentramento (terribili come Goli Otok) morirono tanti italiani (fascisti, antifascisti, cattolici, atei, israeliti e anche comunisti dissidenti) assieme a molti sloveni e croati considerati “nemici del popolo”. La tragedia del confine orientale va letta nella sua interezza. Nella sua terribile crudezza”.

La sua riflessione sembra proseguire le elaborazioni dell’area anticonformista degli anni ottanta, passando dalla teorizzazione dell’indipendenza nazionale al tema della sovranità, al processo di decolonizzazione in cui lei fissa i podromi della catastrofe umanitaria in atto.

“Perché ho voluto dedicare un capitolo sull’ultima fase del colonialismo, al crollo degli imperi europei in Asia e in Africa? Perché ritengo che la catastrofe umanitaria e sociale che oggi c’inquieta e spaventa sia il frutto ultimo e tragico del tracollo delle élites occidentali: il tradimento degli intellettuali, la viltà dei politicanti e il cinismo dei banchieri.  Da qui le domande. Una su tutte. Perché Charles De Gaulle — un gigante confronto ad Hollande e Sarkozy — tradì i suoi migliori ufficiali, abbandonò i francesi d’Algeria nel 1962 e rinunciò ad un destino imperiale per la Francia?

Perché l’impero è un dovere pesante. Intollerabile quando la soglia di tolleranza di fronte alla morte diventa insopportabile per una società ormai post-eroica. Dai Sessanta in poi la Francia e l’Europa scelsero pensieri corti e comodi. Ma i pensieri corti sul lungo termine non pagano. Diventano scomodi. I massacri parigini di gennaio sono la conseguenza di quella scelta.

I britannici ovunque e i belgi in Congo fecero di peggio. La loro frettolosa ritirata aprì una fase d’instabilità e violenza — si pensi solo ai conflitti indo-pakistani o ai massacri nel Rwanda — incontrollabile. Da qui l’immigrazione selvaggia, le guerre, i genocidi. Ho cercato di indagare quegli eventi e raccontare quegli abbagli tragici per offrire un’ipotesi di lettura alternativa a visioni buoniste o xenofobe. Le cose sono sempre più complesse”.

Prima delle formazioni politiche, nel suo libro emerge un’antropologia differente, uno stile non comune di vivere nello spazio pubblico, di partecipare alle vicende della polis. Come lo possiamo sintetizzare?

Almerigo Grilz

Almerigo Grilz

“Confini e Conflitti non è un libro “politico”. Sono un giornalista e non trimpello, non mi emoziono per sigle e siglette. Confini e Conflitti è un tentativo d’esplorare, attraverso una somma d’ipotesi aperte e volutamente frammentarie, alcuni passaggi centrali della nostra storia. Mi sforzo di comprendere e capire. Di studiare e indagare. Senza chiusure e dogmi. Con curiosità. Tanta curiosità. Almerigo Grilz — il nostro fratello maggiore — c’insegnò a diffidare da ogni “verità rivelata” e da tutte le “linee di condotta”. Aveva ragione”.

@barbadilloit

Di Barbadillo.it

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