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L’intervista. Lucio Caracciolo: “In Siria non c’è una guerra civile ma un conflitto mondiale”

Pubblicato il 8 marzo 2013 da Francesco Onorato
Categorie : Le interviste

siriaIl Medio Oriente è da tempo una zona calda dello scacchiere internazionale, terra di numerosi e frequenti conflitti e di importanti mutamenti di carattere politico e sociale. Tra questi, un caso molto attuale e di non poca rilevanza è quello della Siria di Bashar al-Assad, Paese in cui è tuttora in corso una sanguinosa guerra. Ieri, alla facoltà di Scienze Politiche dell’Università La Sapienza, è stato presentato il nuovo numero di Limes – la rivista di geopolitica diretta da Lucio Caracciolo – interamente dedicato proprio agli avvenimenti siriani.

Direttore Caracciolo, il nuovo numero di Limes è intitolato Guerra mondiale in Siria. È realmente, quello che si sta combattendo in questi tempi, un conflitto mondiale?

Questa guerra siriana mi ricorda quella spagnola, nata come una guerra civile, un conflitto locale, che però ha poi visto coinvolti altri soggetti del panorama internazionale, come ad esempio la Francia e l’Inghilterra, prima degli Stati Uniti. A questi si aggiungono i Paesi del Medio Oriente, come ad esempio l’Iran, schierato con la Siria, oppure Israele, posizionato sul fronte opposto.

Qual è la situazione tra la Siria e Israele?

Israele ritiene che la Siria disponga di potenti armi chimiche e ha inviato forze speciali come ricognitori per individuarle e seguirne i movimenti. Inoltre ha dichiarato di lavorare a sua volta sulla medesima tipologia di armi per un’eventuale trasformazione delle tecniche del conflitto.

In questi anni abbiamo sentito parlare di “primavere arabe” in Libia, in Egitto e in Tunisia. In tutti questi Paesi i leader che prima detenevano il potere sono tutti stati destituiti. In Siria Bashar al-Assand resiste.

A differenza degli altri Paesi, ad esempio della Libia, gli Stati Uniti hanno scelto una scelta diversa, dettata dal fatto che non possiedono le risorse per una campagna militare in Siria. Arrivati al secondo anno di guerra diventa difficile creare uno schema come quello della testa di ponte di Aleppo. Sono entrati in gioco altri fattori, tra cui quello della guerra santa dei jihadisti, che hanno generato così un conflitto nel conflitto.

Quali sono, in questo contesto, gli interessi e le posizioni delle Istituzioni europee?

È inutile che risponda, perché l’Europa non c’è.

Come terminerà questo conflitto siriano?

Non è detto che questa guerra finisca, se non per consunzione. Un compromesso è molto difficile, perché nessuno dei due schieramenti si fida dell’altro, e teme che deponendo le armi possa diventare vulnerabile ed essere massacrato dagli avversari. Un’unica possibilità di compromesso potrebbe verificarsi per intercessione della Russia, che può dialogare allo stesso modo con le potenze occidentali e con la Siria, nazione nella quale vivono tra i cinquanta e i settantamila russi.

Di Francesco Onorato

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