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L’intervista. Il professor Caucci (UniPg): “Insegnare all’Università la Goliardia”

Pubblicato il 23 gennaio 2015 da Marco Petrelli
Categorie : Cultura Le interviste

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Classe 1970, una laurea in lettere conseguita all’Università di Firenze e una docenza alla Facoltà di Scienze Politiche dell’Ateneo di Perugia, il professor Jacopo Caucci von Saucken insegna lingua e letteratura spagnola… e Goliardia.

Sì, avete capito bene. Perché il docente (già goliardo* e “principe di Goliardia”) ha voluto proporre ai suoi studenti l’analisi di quella che è un’antica tradizione universitaria che né il tempo né la moda hanno ancora affossato.

Diffusa in tutta Europa sin dal Medioevo, la Goliardia ha affrontato e retto l’urto del ’68 e della successiva perdita di vitalità dell’ambiente universitario, oggi sempre più simile ad un esamificio che non ad una realtà di confronto e socializzazione, oltreché di studio. Ai nostri giorni, la G. sopravvive nella maggior parte degli atenei italiani, tra questi Perugia dove trova spazio anche nelle  lezioni di spagnolo del professore. Materia di studio? No, sarebbe meglio dire oggetto “di sapere” per nuove generazioni di studenti che l’hanno appena intravista, magari commentata, raramente vissuta.

Professore, cosa insegna all’Università di Perugia?

Lingua e Letteratura Spagnola. Sono Docente incaricato del Corso di Lingua presso la Facoltà di Scienze Politiche“.

Cosa c’ entra la Goliardia con storia e cultura spagnole?

In Spagna, come in altri paesi europei, vi sono associazioni studentesche che incarnano lo spirito delle “corporazioni all’antica”. La TUNA, seppur con dei doverosi distinguo, è da considerarsi tale. Oggi si annovera la rinascita delle Tunas in molti Atenei iberici, dove gli studenti sono tornati ad indossare gli abiti tradizionali e a suonare ballate e canzoni popolari“.

Goliardia… ovvero?

Tradizione, continuità, identità, fratellanza… parole che potrebbero essere intese come degli “slogan” ma che, personalmente, considero dei valori. Aggiungo svago, gusto della beffa e anticonformismo e un po’ di sana voglia di non prendersi troppo sul serio“.

 Perché parlarne a lezione?

Ho sentito l’esigenza di portare la G. nel suo ambiente naturale, l’Università. Spesso i goliardi possono sembrare decontestualizzati dalla vita universitaria, parlarne in un’aula crea interesse, curiosità e, perché no, voglia di avvicinarsi a quei ragazzi con dei ‘buffi cappelli e mantelli colorati’ “.

Lezione destinata a…

Agli studenti della Facoltà e dell’Ateneo in primis, alla cittadinanza perugina, a chi ha voglia di ricordare o di iniziare…“.

 Lei è stato goliardo: come e quanto è cambiata la vita d’ ateneo rispetto ai suoi tempi?

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Insegne del Podvs, Facoltà di  Giurisprudenza dell’Università di Firenze, ordine del quale il professor Caucci è stato capo.

Io conoscevo la Goliardia perché ne avevo sentito parlare da mio padre e avevo visto le foto dei miei nonni. Per me è stato quasi ‘naturale’ entrarne a far parte. Gli studenti della mia generazione interpretavano la voglia di buttarsi alle spalle gli anni delle contestazioni. In questo ambito la Goliardia è tornata a rivivere. Le facoltà pullulavano di ragazzi… oggi, da Docente, mi sembrano un ‘lezionificio ed esamificio’ ”.

 Consiglierebbe la goliardia ad un suo studente? Se si, perché?

La Goliardia non finisce con la laurea. Molti dei miei amici di oggi sono i miei ‘fratelli in goliardia’ di ieri. Non è da intendersi come una casta o una setta, ma come qualcosa che genera legami capaci di superare tempo e distanza. Forse suonerà come una ben nota pubblicità ma ‘un goliardo lo è per sempre’ “.

@barbadilloit

@marco_petrelli

*secondo antica tradizione toscana, “goliardo” e non “goliarda”.

Di Marco Petrelli

6 risposte a L’intervista. Il professor Caucci (UniPg): “Insegnare all’Università la Goliardia”

  1. Goliardia, tradizione, comunità, fratellanza. Alias un nonnismo da caserma che – negli attuali tempi della follia e della “dismisura” – si tradurrebbe sistematicamente in un bullismo feroce contro i più deboli o i più piccoli. O chissà, magari contro quelli che la pensano diversamente perché, che so, non fanno parte del circolino intellettual-radical-chic di turno.
    Evitiamo proposte incaute.

  2. Leo, un po’ di senso dell’umorismo farebbe bene anche a te.

  3. Presumo che Jacopo sia il figlio o nipote di Paolo Caucci von Saucken, che è un grande studioso di tradizionalismo cattolico. Pertanto ritengo che la sua idea di goliardia sia distante dai radicalchic di sinistra e dai bulli teppisti. Anch’io ho conosciuto la goliardia solo dai ricordi dei più anziani, ed erano tutti del FdG o dei liberali. Facevano teatro, musica, sport ed anche scherzacci ai prof, ma niente a che fare con la maleducazione di bulli e compagni

  4. Caro Leo, mi dispiace, forse alla notizia resterai male, ma devi sapere che la Goliardia esiste ancora, sopravvivendo ai mala tempora della massificazione del pensiero e dell’anti tutto che domina nelle nuove generazioni.
    Goliardia e’ liberta’, fratellanza e onore delle tradizioni, valori che farebbero tanto bene a molti dei giovani di oggi, quindi non spaventarti se per caso incontreraI un giorno in giro qualche giovane con la feluca, tranquillo, non ti fara’ del male, anzi, molto probabilmente ti strappera’ un sorriso…

  5. Caro Leo, i goliardi (e ammetto che la mia esperienza è anteriore all’anno di nascita del Prof. Caucci v.S.) erano tutt’altro che radical chic. Sapevano prendere (e prendersi) in giro, proprio il contrario del plumbeo salottierismo sessantottino e post-68.

  6. Io vedo quello che succede oggi nelle feste della matricola a scuola o in alcuni collegi universitari. Non c’è goliardia, verso la quale non ho nulla in contrario, piuttosto ci si orienta verso comportamenti simili a quelli degli studenti nei college americani. Anche negli scout il clima è cambiato e non poco. Liberi di non crederci, ma sono questi i tempi.
    Se la goliardia potesse essere importata dal passato come tradizione esige, lo ripeto, non avrei nulla in contrario. Anzi. La feluca la metterei anch’io – o meglio, l’avrei messa anch’io – e ci saremmo fatti tutti insieme quattro meravigliose risate. Putroppo, l’aria è cambiata. Tutto qui.

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