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L’analisi. Il Pd nel caos tra i giovani turchi, Veltroni e il lìder Maximo (pro accordo Pd-Pdl)

Pubblicato il 7 marzo 2013 da Antonio Rapisarda
Categorie : Politica

bersani“C’era una volta il Pci…” e il suo centralismo democratico. «Libertà di discussione, unità di azione», si diceva. C’era un partito, quindi, capace di proporsi come una “minoranza” ma di ragionare al proprio interno in termini di maggioranza. Bene, la sua diretta evoluzione, il Pd, si presenta esattamente al contrario. Certo, il Pd c’è, esiste. Ma è incapace, dopo lo choc elettorale e la non-vittoria, di proporsi come una maggioranza (seppur relativa) prima di tutto perché al suo interno una maggioranza non c’è più. La dimostrazione l’abbiamo analizzando quello che è successo ieri: sulla carta tutti d’accordo con il segretario e con la sua linea (stretta) di cercare una maggioranza in Parlamento. In realtà? Il giorno dopo è già ordine sparso.

Lo dimostrano, fatalmente, proprio quelli che dovrebbero essere i “miliziani” di Pier Luigi Bersani. Meglio noti come “giovani turchi”, i vari Orfini e Fassina sono stati fulminati sulla via di Casaleggio: ragion per cui non vedono l’ora di stringere con lui e solo con lui quel patto che dovrebbe sancire l’inizio di un nuovo governo. Peccato che fossero gli stessi, questi, che fino a qualche giorno delle elezioni derubricavano Grillo & co come esempio di demagogia parafascista. Ma non finisce qui lo sbarramento del “fuoco amico”. A contribuire alla disarticolazione del correntone di pensa l’ex amico e grande sponsor Massimo D’Alema che ha addirittura rilanciato l’inciucio con il centrodestra in una dotta orazione dal sapore Bicamerale: sancendo, con questo, la fine del sodalizio con il segretario.

Ricomparso D’Alema non poteva mancare l’altro da sé. E quindi è ricomparso dal cono d’ombra anche Walter Veltroni che, da parte sua, tifa per un “governo del presidente”. Tutto questo ovviamente senza Bersani che è diventato l’esempio perfetto per l’ex sindaco di Roma per la personale resa dei conti, per dimostrare cioè l’incapacità del Pd “normalizzato” di ragionare il termini maggioritari. E che dire, infine, del vero protagonista del partito che verrà? Matteo Renzi, da buon “monello”, non è nemmeno intervenuto al dibattito. Anzi, dopo qualche minuto (ricordiamo che la riunione è durata circa otto ore) se n’è andato lasciando la scia di chi crede che in quella stanza si stesse celebrando tutt’al più un funerale politico che una strategia per sancire la propria egemonia.

Di Antonio Rapisarda

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