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Il rogo della “Città della Scienza” di Napoli e la rinascita del Sud d’Italia nel Mediterraneo

Pubblicato il 7 marzo 2013 da Marco Francesco De Marco
Categorie : Scritti

napoliLa “Città della Scienza” distrutta dalle fiamme si erge sulla spiaggia di sabbia vulcanica che accompagna la costa fino alla Terra di Pozzuoli, l’antica Decearcheia, città magnogreca del X secolo a.C. che ospita anche l’anfiteatro Flavio, capace di contenere venticinquemila spettatori in età imperiale, quando la flotta militare romana era stanziata poco più avanti, a Capo Miseno.

Di fronte alla spiaggia c’è la verde isola (o non c’è, come cantava Bennato) di Nisida, sede della villa di Bruto, nella quale i congiurati decisero di uccidere Giulio Cesare. La zona dei Campi Flegrei (terra del fuoco e del bradisismo) possiede una concentrazione di opere artistiche ed archeologiche tale da poter essere considerata uno dei distretti archeologici più significativi del mondo. Il lago d’Averno con l’ingresso nell’Ade, la grotta della Sibilla, il tempio di Venere, il tempio di Diana, le terme di Baia ed il castello Aragonese, le centum cellae, la piscina mirabilis, la città sommersa sotto la villa di Cicerone. E questo solo lungo il versante ovest. Ad est il Capo di Posillipo, la Grotta di Virgilio ed il Parco Virgiliano (Virgilio riposa a Napoli “tenet nunc Partenope”), la costa di Marechiaro, l’isola della Gaiola e Cala trentaremi.

In questo scenario di straordinaria bellezza, che guarda a Capri ed Ischia sdraiate sull’orizzonte, con Procida distesa ai piedi del vulcano Epomeo, giustamente, inevitabilmente, si volle costruire un’acciaieria tra le più grandi d’Europa. D’altronde cos’altro si sarebbe potuto immaginare per uno dei golfi più belli del mondo, se non la messa in funzione di un altoforno inquinante e distruttore?

Dopo decenni di sprechi e passività costate centinaia di miliardi di lire, il mostro inquinante infine fu soppresso. Da più parti si pensò di riqualificare il territorio creando una riserva marina e ed un parco turistico-archeologico, ma sull’evidenza della ragione prevalse il consueto vezzo modernista e radical chic di ispirazione giacobina, che ama il nulla rivestito di tante parole. Il futuro, la scienza, la ricerca: i consueti miti fuori luogo (nel senso di posto sbagliato) in nome dei quali furono allestiti otto capannoni di cemento e ferro arrugginito e non, invece, ripristinati duecento ettari di macchia mediterranea, con pini, dune di sabbia ed arbusti profumati.

Ora che la Città della Scienza è stata in parte distrutta dalle fiamme, il sentimento prevalente è quello del dolore. L’abuso che diventa norma riesce a farsi legittimo. Così si diventa schiavi nell’animo, così si alimenta la cultura del degrado. Cosa ci vuoi nel tuo paradiso di mare e pini marittimi, monumenti e tramonti commoventi, l’altoforno o i capannoni orrendi, pieni di vuoto mentale? E così uno sceglie, le frustate meglio delle mazzate. E quando muore il boia che ci frustava, ci commuoviamo, e ne ricordiamo l’alto senso dello Stato e l’onestà. Al danno si aggiunge la beffa: oggi dovremmo dolerci ed unirci al mondo affranto, che non sa nulla e forse solo per questo esprime cordoglio, ma ciò non toglie che il fuoco purificatore ci ha liberato solo di un mostro orribile, uno dei tanti, ma pur sempre un mostro.

Napoli come il Sud d’Italia, per rinascere, deve reclamare l’assoluto, perché tale è la dimensione della sua bellezza, la sua importanza storica, il suo ruolo geopolitico e geo-economico nel Mediterraneo. Se si accontenterà del relativo, del minimo possibile, allora continuerà ad essere la capitale del degrado invece che, come fu per secoli, della cultura, dell’arte, del paesaggio. E lo stesso principio, con le dovute differenze e proporzioni, vale per Palermo, Catania, Bari, Taranto, Reggio Calabria e tutte le belle città del Sud ingabbiate in un destino che non meritano e che non corrisponde al loro glorioso passato.

Di Marco Francesco De Marco

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