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Cultura. Che cos’è la filosofia? La lezione di Ortega

Pubblicato il 8 gennaio 2015 da Sandro Marano
Categorie : Cultura

Jose_Ortega_y_Gasset“Che cos’ filosofia?” di Ortega y Gasset, ripubblicato nel 2013 per le edizioni Mimesis, raccoglie in volume un corso di lezioni tenute tra aprile e maggio del 1929 da José Ortega y Gasset nella sala Rex di Madrid di fronte a un vasto uditorio, che non si limitava agli studenti, ma comprendeva anche appassionati e curiosi. La lettura ci restituisce in qualche misura il tono appassionato del filosofo spagnolo, lo sbocciare e lo svolgimento dei suoi pensieri, il suo fare filosofia con ricchezza di immagini e in modo chiaro e profondo insieme. Ci insegna insomma a fare filosofia. I testi sono caratterizzati non solo da un linguaggio seducente, ma anche da un tono di giovialità che lo distingue nettamente dalle filosofie esistenzialiste cui pure in qualche modo è vicino: “Ho creduto sempre che la chiarezza costituisce la cortesia del filosofo e che inoltre questa nostra disciplina (dev’essere) aperta e permeabile a tutte le menti, a differenza delle scienze particolari che ogni giorno, col massimo rigore, interpongono tra il tesoro delle loro scoperte e la curiosità dei profani, il drago terribile della loro terminologia ermetica.”

Una delle note dominanti delle lezioni è la difesa puntigliosa ed orgogliosa della necessità e dell’autonomia della filosofia messe a rischio dallo scientismo, dall’agnosticismo e dal relativismo imperanti nell’ultima metà del XIX secolo e fino ai primi decenni del ‘900. Oggi, per inciso, la situazione della filosofia, cioè d’una visione integrale dell’uomo e del mondo, sembra essere tornata al punto da cui Ortega prendeva le mosse.

L’agnosticismo si comporta come la volpe con l’uva nella famosa favola, volge le spalle ai grandi problemi: “come si può vivere restando sordi ai grandi problemi? Donde proviene il mondo? Dove va? Qual è il significato della vita? … Senza punti cardinali i nostri passi mancherebbero di orientamento. E non è un pretesto sufficiente per quest’insensibilità verso le grandi questioni, dichiarare che non vi è modo di risolverle… Si è mai calmata la fame in chi sapeva di non poter mangiare? Anche se insolubili, questi interrogativi continueranno a levarsi patetici nella curva volta notturna del cielo e ad ammiccare come stelle, quelle stelle che, secondo Heine, sono inquieti pensieri d’oro che la notte possiede.”

Contro lo scientismo che proclama non esserci altra verità che quella scientifica, Ortega nota come accanto all’uomo biologico e utilitarista c’è un uomo ludico e sportivo che sostituisce “al tranquillo essere del mondo, l’inquieto essere dei problemi”, distinguendo verità scientifica e verità filosofica: “La verità scientifica possiede la meravigliosa qualità di essere esatta, anche se è incompleta e penultima. Non basta a sé stessa. Il suo oggetto è parziale, è solo una parte del mondo… non è una verità radicale… la verità scientifica e la verità filosofica. Quella è esatta, però non sufficiente; questa è sufficiente, però inesatta… è una verità più radicale di quella… L’uomo di scienza è colui che spezza l’integrità del nostro mondo vitale e, isolandone una parte, ne fa il suo problema.” Invece la radice della filosofia è in un desiderio di integrità: “confusamente o chiaramente viviamo in un mondo che sentiamo o presentiamo completo… Al filosofo non interessa ognuna di quelle cose che esistono per sé, nella loro esistenza particolare, ma invece gli interessa la totalità di quanto esiste.”

Di fronte poi alle obiezioni ricorrenti del relativismo Ortega ne critica la pochezza, distinguendo l’universalità della verità (= la verità che vale per tutti) dalla sua storicità (= la verità che viene conosciuta solo da alcuni e in date epoche): “dobbiamo rappresentarci le variazioni del pensare non come un mutamento nella verità di ieri, che la converte in errore, riferita ad oggi, ma come un mutamento di orientamento nell’uomo, che giunge a vedere altre verità davanti a sé, distinte da quelle di ieri. Non poi le verità, ma l’uomo cambia e, poiché cambia, va selezionando… quelle che gli sono affini”.

Allora perché si filosofa? E’ proprio necessario filosofare? Ecco la magnifica risposta del filosofo spagnolo: “è necessario? Non necessario? Se per necessità si intende essere utile ad altre cose, la filosofia non è necessaria. Però… la vera necessità è quella per la quale l’essere sente di essere ciò che è: l’uccello di volare, il pesce di nuotare, l’intelletto di filosofare… Perché non accontentarsi di ciò che senza filosofare troviamo nel mondo, di ciò che è già ed è così chiaro davanti a noi? Per questa semplice ragione: tutto ciò che esiste ed è qui è per sua essenza una parte, un pezzo, un frammento. E non possiamo vederlo senza preavvertire e sentire la mancanza della parte mancante… perché questo è filosofare, dare al mondo la sua integrità.” E conclude riprendendo la parabola evangelica: “in un piccolo cortile d’Oriente si alza dolce e tremula, come il gorgoglio d’una fontana, la voce suadente di Cristo che ammonisce: Marta, Marta una sola cosa è necessaria! E con ciò alludeva, di fronte a Marta affaccendata e utilitarista, a Maria amorosa e superflua.” La filosofia per Ortega è, in altre parole, aspirazione ad abbracciare intellettualmente l’universo. Già nel suo primo saggio del 1914, Meditazioni del Chisciotte, l’aveva definita scienza generale dell’amore.

Il saggio di Ortega si segnala anche per il deciso e netto superamento dell’idealismo, cioè di quella filosofia inaugurata da Cartesio secondo cui il mondo è solo rappresentazione del pensiero: “Nella tesi idealista l’io, il soggetto, inghiotte il mondo esteriore… E tuttavia si lamenta e si lamenta a ragione. Poiché nell’inghiottire il mondo, l’io moderno è rimasto solo. L’io dell’idealismo è l’imperatore della Cina (obbligato a non avere amici, poiché sarebbe avere eguali). L’io vorrebbe superare la sua solitudine, anche a costo di non essere tutto… vorrebbe intorno a sé cose distinte, altri io differenti con cui conversare, cioè tu e lui e soprattutto questo tu, il più distinto da me, che è il tu che è ella, il tu che è egli. Insomma l’io ha bisogno di uscire da sé stesso, di trovare un mondo nel suo ambito” Si tratta invece di uscire da sé, conservando però quella che è la grande scoperta della modernità, la soggettività, l’intimità, la cui scoperta risale a Sant’Agostino, il primo pensatore ad intravedere il fatto della coscienza e dell’essere come intimità. La tesi sostenuta da Ortega è quella propria di un realismo critico, della coesistenza di pensiero e mondo: “L’errore consistette nel fare in modo che l’io ingurgitasse il mondo invece di lasciarli ambedue inseparabili, uniti ma distinti.” Dov’è insomma il teatro nel quale risuona la voce melliflua del filosofo che sto ascoltando? La risposta è ovvia: non è nel mio pensiero né fuori del mio pensiero, è unito inseparabilmente e congiunto al mio pensiero: “il mondo esterno non esiste senza il mio pensarlo, ma il mondo esterno non è il mio pensiero, io non sono né teatro né mondo, sono piuttosto di fronte a questo teatro, sono con il mondo, siamo il mondo ed io”.

@barbadilloit

Di Sandro Marano

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